Prima di Halloween c'era la cascettella: quando i bambini di Napoli chiedevano un soldo «pe' li muorte»
Una scatola di cartone col teschio, una moneta dentro da far suonare e una formula: «Signurì, 'e muorte!». Dall'Ottocento agli anni Settanta i bambini napoletani giravano così nei giorni dei morti. Le fonti, le parole e dove finivano quei soldi.
La redazione di Rimmofatt! · 18 ottobre 2026
È la mattina del 2 novembre, in un vicolo del centro. Un gruppo di ragazzini aspetta all'angolo, ognuno con una scatola di cartone in mano, a forma di piccola bara, con un teschio e due ossa disegnati sul coperchio e una fessura in cima. Dentro c'è già una monetina, messa apposta, perché scuotendo la scatola faccia rumore. Quando passa qualcuno, uno di loro gli si para davanti: «Signurì, 'e muorte!».
La scena l'abbiamo immaginata noi, mettendo insieme quello che raccontano le fonti. Ma la scatola è esistita davvero, e aveva un nome: la cascettella. Per molti napoletani cresciuti prima degli anni Settanta è un ricordo d'infanzia; per tutti gli altri è un pezzo di Napoli che somiglia moltissimo a una festa arrivata dopo, e da lontano.
Una scatola, una moneta, un teschio
Cascettella vuol dire piccola cassetta. Era di cartone, a volte di legno o di latta, e spesso aveva la forma di una bara in miniatura: per questo c'è chi la chiamava 'o tavutiello, la piccola bara. Sopra si disegnava un teschio con le ossa incrociate, oppure una croce. Matilde Serao, che ne scrisse sul Giorno il 1° novembre 1904, parla di una «cascettella crocesegnata» e di centomila scatolette di cartone in giro per la città in quei giorni.
La fessura serviva per le offerte, la monetina per il rumore. Il resto lo faceva la voce.
Le parole dei bambini
La formula che Serao mette in bocca ai bambini è la più semplice: «Signurì, 'e muorte!», signore, per i morti. Nella Napoli del dopoguerra, ricorda Fame di Sud, i bambini dei quartieri popolari bussavano alle porte col loro tavutiello dicendo «Fate bene ai Santi morti». Altre fonti ne ricordano di più lunghe. Una, legata al dopoguerra, chiedeva l'offerta in rima:
«Famme bene, pe' li muorte: dint'a 'sta péttula che 'nce puórte? Passe e ficusecche 'nce puórte, e famme bene, pe' li muorte.»
Cioè: fammi del bene, per i morti; che cosa porti in questo grembiule? Uva passa e fichi secchi: fammi del bene, per i morti. In quegli stessi anni, raccontano le fonti, c'erano ragazzini che giravano mascherati gridando «Cicci muorti!», e la somiglianza con il «dolcetto o scherzetto» è impossibile da non vedere.
Chi l'ha raccontata
La cascettella è più vecchia del dopoguerra, e le fonti scritte la seguono per un secolo abbondante.
Nel 1875 Domenico Iaccarino, in un libro di versi napoletani dedicato ai mestieri della città, racconta il venditore di cascettelle, che le offriva a chi passava: «Chi vò accattarese na cascettella?». Quindi non sempre si facevano in casa: c'era chi le vendeva già pronte. Trent'anni dopo arriva l'articolo di Serao. Nel 1946 Eduardo De Filippo, in Filumena Marturano, fa raccontare a Rosalia che, rimasta vedova, tra le tante cose vendute per tirare avanti c'erano state anche le cascettelle per i morti. L'anno dopo Giuseppe Marotta, nell'Oro di Napoli, descrive i bambini con i salvadanai di cartone che chiedono spiccioli per i morti.
L'ultima traccia è una fotografia: una foto di Mimmo Iodice del 1975 mostra ancora le cascettelle per strada. Poi le testimonianze si fanno rare.
Dove finivano i soldi
Qui le versioni si dividono, e forse avevano ragione tutte. Secondo l'antropologa Gianfranca Ranisio le offerte servivano alle anime pezzentelle, i morti senza nome a cui a Napoli si accendeva un cero; una parte poteva finire in chiese legate al culto dei morti, come Santa Maria del Purgatorio ad Arco. Marotta, più disincantato, scrive che i soldi finivano in melagrane e dolci, e altri ricordano la liquirizia.
E nei giorni dei morti, a Napoli, c'è un dolce che non manca: il murticiello, il torrone dei morti, morbido e al cioccolato, che ha anche lui la forma di una piccola bara e che ancora oggi si regala in quei giorni.
Un Halloween prima di Halloween
Oggi viene spontaneo chiamarla l'Halloween napoletano, e il paragone regge: bambini in giro nei primi giorni di novembre, un'immagine di morte che fa più sorridere che paura, una piccola richiesta a chi passa. Ma la cascettella non imitava niente. Veniva da un rapporto con i morti che a Napoli è sempre stato di casa, fatto di visite, preghiere e piccoli gesti in loro nome. Che fossero proprio i bambini a chiedere un soldo per le anime aveva una sua logica: chi è appena arrivato al mondo chiedeva per chi l'aveva lasciato.
Come è finita
Nessuno ha messo una data alla fine. Le fonti la fanno durare fino agli anni Settanta: SulSud la lega alla stretta della Chiesa napoletana sul culto dei morti e, più tardi, all'arrivo di Halloween. Negli ultimi anni ci sono stati tentativi di farla rivivere, con cascettelle rifatte a mano sui ricordi di chi le aveva portate da bambino e riportate in piazza San Domenico Maggiore con i ragazzini di oggi.
Resta l'immagine di quei bambini all'angolo, con la scatola che tintinna. Chiedevano un soldo per i morti, e intanto, senza saperlo, tenevano i morti tra i vivi per qualche giorno all'anno.
Come lo legge la Smorfia
'O guaglioneIl ragazzo
Erano i ragazzini a girare con la cascettella e a fermare i passanti: nei giorni dei morti, per una volta, la strada era loro.
'E denareI soldi
La monetina dentro la scatola per farla suonare, e quelle che arrivavano dalla fessura: pochi spiccioli, ma il centro di tutto il gioco.
L'aneme d'o priatorioLe anime del purgatorio
Le offerte, almeno in teoria, erano per loro: un cero alle anime pezzentelle, i morti senza nome che Napoli ha sempre adottato.
'O muortoIl morto
Il teschio disegnato sul cartone e la piccola bara: i morti entravano nel gioco dei vivi senza fare paura a nessuno.
'A festaLa festa
I giorni dei morti, a Napoli, avevano anche il loro lato di festa: i bambini in strada, i dolci, il torrone a forma di bara.
Da dove viene
Fonti e approfondimenti5 fonti · 4 testate
SulSud — «Una poesia del 1875: le cascettelle, così i bambini partenopei festeggiavano i morti a Napoli»sulsud.it · 2 fonti
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