Il fantasma d'ottobre: la notte del delitto di Maria d'Avalos a San Domenico Maggiore
Tra il 16 e il 17 ottobre 1590 Maria d'Avalos e Fabrizio Carafa furono uccisi nel palazzo di Carlo Gesualdo. Ogni anno, in quella notte, si racconta che il suo lamento torni in piazza San Domenico Maggiore. I documenti e la leggenda, tenuti ben separati.
La redazione di Rimmofatt! · 12 ottobre 2026
La piazza, a quell'ora, è quasi vuota. Le sedie dei bar sono impilate contro i muri, la guglia di San Domenico Maggiore si stacca scura sul cielo e dai vicoli arriva, ogni tanto, il rumore di un motorino lontano. Per chi racconta queste cose a Napoli è la notte giusta: quella tra il 16 e il 17 ottobre. Se stai fermo e ascolti, si dice, può arrivare un lamento di donna, poi una figura che corre piangendo tra la piazza e gli stretti vicoli intorno, con un abito da nobile ridotto a brandelli.
Nessuno l'ha mai fotografata, ovviamente. La piazza deserta l'abbiamo immaginata noi, il lamento è quello dei racconti. Ma la storia da cui nasce è vera, e di quella notte del 1590 restano verbali, lettere e testimonianze. Conviene raccontare prima quello che si sa, poi quello che si dice, ricordando sempre quale delle due cose stiamo facendo.
Una notte del 1590
Maria d'Avalos era nata nel 1562, e quella notte aveva circa ventotto anni. Nel 1586 aveva sposato il cugino di primo grado Carlo Gesualdo, principe di Venosa, più giovane di lei di quattro anni, e dal matrimonio era nato un figlio, Emanuele. Nei racconti passa per «la donna più bella di Napoli»: una formula di tradizione, non di documento, ma che le è rimasta attaccata come un secondo nome.
Il suo amante era Fabrizio Carafa, duca d'Andria. Fu nel palazzo dove Maria e Carlo vivevano, quello dei di Sangro in piazza San Domenico Maggiore, che le guide chiamano Palazzo San Severo, che nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590 i due vennero uccisi. È la data che danno la voce di Treccani e quella di Wikipedia dedicata a Maria; altri testi la spostano di un giorno, in avanti o indietro.
Cosa sappiamo, e cosa no
Di quella notte abbiamo tre tracce: gli atti del processo davanti alla Gran Corte della Vicaria, la lettera di una domestica, Silvia Albana, e quella di un servo del principe, Pietro Malitiale, detto Bardotto. Il resto è una storia ripetuta per quattro secoli, e le versioni si dividono su tre punti.
Il primo è chi colpì. Il racconto più noto vuole il principe che torna nel cuore della notte con uomini armati. Ma il Dizionario Biografico degli Italiani scrive che a compiere il delitto sarebbero stati dei servitori, un dettaglio che irritò le famiglie delle vittime, e secondo alcuni studiosi Gesualdo potrebbe aver incaricato dei sicari invece di agire da solo.
Il secondo è la finta partenza. Si racconta che Carlo avesse annunciato una battuta di caccia, per poi tornare indietro e sorprendere i due. Il critico musicale Cecil Gray, che su Gesualdo scrisse, la trovava sospetta: una frase molto simile sta nelle Mille e una notte, e il sospetto è che qualcuno l'abbia presa in prestito per rendere il racconto più teatrale.
Il terzo sono i corpi. La tradizione dice che furono esposti sulle scale del palazzo, per ordine dei giudici, come monito alle mogli infedeli. Le carte d'archivio fanno pensare a un'altra fine: restituiti alle famiglie, lavati e vestiti di nero.
Una causa «giusta»
Il processo si aprì e si chiuse in un giorno. Il viceré, Juan de Zúñiga conte di Miranda, lo fece archiviare, e secondo Treccani giudicò giusta la causa del principe; pesarono anche ragioni politiche e di convenienza. Per i tribunali del tempo, un marito che uccideva la moglie e l'amante colti insieme agiva nel suo diritto: lo chiamavano delitto d'onore, o «legittima vendetta per adulterio».
Oggi si dice in un altro modo: una donna e un uomo uccisi, e per quel gesto nessuno pagò. Vale la pena ricordarlo, perché la leggenda del fantasma, per quanto affascinante, nasce da lì.
Il principe dei madrigali
Dopo il delitto Gesualdo si ritirò per circa un anno nel suo castello di Gesualdo, fra caccia e musica. Nel 1594 sposò a Ferrara Eleonora d'Este, in una corte che viveva di musica, e lì uscirono i suoi primi libri di madrigali. Sono pezzi a cinque voci dalle armonie così audaci, con cromatismi e passaggi inattesi, che a distanza di secoli suonano ancora come venuti da un altro tempo. Il matrimonio fu tormentato, e dal 1596 il principe visse stabilmente nei suoi feudi del Sud, dove nel 1611 stampò con una stamperia privata il quinto e il sesto libro di madrigali; lo stesso anno uscirono i Responsoria per la Settimana Santa.
Gli ultimi anni li passò fra malattie, penitenza e lutto: il 20 agosto 1613 il figlio Emanuele morì cadendo da cavallo, e Gesualdo gli sopravvisse di diciotto giorni, fino all'8 settembre. Il Novecento lo riscoprì come uno dei compositori più singolari del Rinascimento.
La notte del fantasma
Fin qui i documenti. Poi viene la leggenda, che in quelle carte non ha nessun riscontro. Dice che la notte dell'anniversario, tra il 16 e il 17 ottobre, il fantasma di Maria torna a vagare per il centro storico: una figura bellissima, in abiti nobiliari laceri, che piange e grida correndo fra piazza San Domenico Maggiore e i vicoli intorno. Il suo lamento è diventato uno dei miti notturni più celebri della città, e c'è chi giura di averlo sentito.
Attorno a questo nucleo se ne sono attaccati altri, e nessuno è provato. Si dice che chi abitò il palazzo sia stato colpito da una maledizione durata sette generazioni. Si dice che Gesualdo abbia ucciso anche il figlio, perché non lo credeva suo: ma Emanuele risulta morto nel 1613, per una caduta da cavallo. Si dice, infine, che in un dipinto nella chiesa di Santa Maria del Parto l'arcangelo Michele abbia il volto di Fabrizio e il demonio quello di Maria. Anche questo dice qualcosa, di come si ricordava la storia: in certe versioni la colpa finiva sul volto di lei.
Una voce per Maria
C'è una cosa che la leggenda fa e che le carte non fanno: dà una voce a Maria. Buona parte del racconto, della storia come della musica, ruota attorno a lui, al suo onore, ai suoi madrigali, al suo castello. Nella storia del fantasma, invece, a gridare è lei, e per una notte all'anno la piazza è sua.
Forse è per questo che il racconto continua a tornare. Non perché si creda ai fantasmi, ma perché una donna uccisa a ventotto anni, e poi lasciata fuori dalla giustizia, ha trovato nel racconto popolare il solo posto in cui nessuno l'ha fatta tacere.
Come lo legge la Smorfia
'O cacciatoreIl cacciatore
La battuta di caccia annunciata e mai fatta è il centro del racconto: il cacciatore che esce di casa per tornare indietro. Gli studiosi dubitano che sia andata davvero così, ma la storia l'ha ricordata proprio per questo.
'A sposaLa sposa
Maria è prima di tutto la moglie, e nei racconti compare spesso con il nome del marito accanto. È il suo ruolo a dare il peso al delitto, e il fantasma a restituirle una voce solo sua.
'A musecaLa musica
Il nome di Gesualdo è arrivato fino a noi soprattutto per la musica: madrigali dalle armonie audaci, eseguiti ancora oggi, accanto a una storia di sangue che nessuno ha dimenticato.
'O chiantoIl pianto
Il lamento è tutto ciò che la leggenda lascia a Maria: un pianto che, nella notte dell'anniversario, attraversa ancora la piazza e riempie lo spazio che le carte hanno lasciato vuoto.
'O muorto che pparlaIl morto che parla
Il fantasma che parla è un morto che non sta zitto. La tradizione fa gridare Maria una volta l'anno, come se la sua storia chiedesse ancora di essere ascoltata.
Da dove viene
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