'O Gran Cabalista e l'assistito: quando a Napoli ogni sogno diventava un numero
Nella Napoli dell'Ottocento c'era chi traduceva sogni e segni in numeri del lotto, e chi giurava di riceverli dagli spiriti. Matilde Serao li vide da vicino, e raccontò anche il conto che pagavano le famiglie. Una storia di costume, di sabati col fiato sospeso e di sogni che meritavano di meglio.
La redazione di Rimmofatt! · 2 ottobre 2026
Sabato mattina, in un vascio del centro antico — il basso, la stanza a pianterreno che si apre sulla strada e fa da cucina, da camera e da salotto —, il fuoco non è acceso e la padrona di casa racconta già il sogno della notte. Ha sognato la madre, morta da anni. Parlava, e piangeva. La vicina, sulla soglia con le mani ancora bagnate di saponata, non ci deve nemmeno pensare: il morto; e se parlava, il morto che parla; e se piangeva, il pianto. Tre immagini, tre numeri.
Poi passa la capera, la pettinatrice che per un soldo acconcia le donne del vicolo, e porta i numeri delle altre clienti. Il marito ha i suoi: glieli ha dati per strada un signore che «sa i numeri», in cambio di un paio di lire. Soldi in casa non ce ne sono, e allora si fa come si fa ogni sabato: quello che si può impegnare, s'impegna.
Verso le quattro del pomeriggio un ragazzino corre al banco lotto più vicino, torna senza fiato, si pianta alla bocca del vicolo e grida i numeri uno dopo l'altro. Le più franche stanno sulla porta, le vergognose restano dentro, con l'orecchio teso. Poi, per dirla con chi c'era: «Silenzio universale: tutti impallidiscono.»
La scena l'abbiamo messa insieme noi, ma quasi ogni pezzo viene da due capitoli del Ventre di Napoli, il libro che Matilde Serao pubblicò nel 1884: la capera «gran portavoce dei numeri», il monello che corre, le vergognose dietro la porta, la Smorfia che le donne del popolo conoscono «a memoria». Per sei giorni, scriveva Serao, «il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità»: una casa pulita, un letto bianco e alto, la carne ogni giorno. «Alle quattro del pomeriggio, nel sabato, la delusione è profonda, la desolazione non ha limiti: ma alla domenica mattina la fantasia rimbalza, rinfrancata, il sogno settimanale ricomincia.»
Da Genova a Napoli, tra divieti e ducati
Il lotto, a dire il vero, è genovese: nasce dalle scommesse sui cinque nobili che dal 1576 la Repubblica sorteggiava due volte l'anno per rinnovare il governo. Lo chiamavano «gioco del seminario», dal nome dell'urna. Genova provò a vietarlo, poi nel 1644 lo rese legale e lo diede in appalto.
Nel Sei e Settecento il gioco passò negli altri Stati italiani, e in molti, Napoli compreso, cambiò faccia: al posto dei candidati alle cariche pubbliche, racconta l'Enciclopedia Italiana, nell'urna finirono i nomi di «ragazze povere da marito», e le cinque che la sorte favoriva ricevevano una somma per la dote.
A Napoli arrivò intorno al 1680 e dopo appena cinque anni fu abolito, per le risse e le violenze che scatenava. Tornò nel 1713, fu sospeso di nuovo e di nuovo riammesso, perché rinunciarvi costava troppo: nel 1771 rendeva al regno 560.000 ducati. Un decreto del 6 agosto 1839 mise ordine nei «reali lotti», con un'estrazione ogni settimana.
In mezzo c'è una storia che si racconta a ogni Natale, e va presa per quello che è: una tradizione. Nel 1734, si dice, il re Carlo di Borbone voleva il lotto sotto il controllo dello Stato e il domenicano padre Gregorio Maria Rocco lo riteneva immorale; il compromesso fu vietarlo durante le feste, e i napoletani se lo portarono in casa: così sarebbe nata la tombola. Gli storici ricordano che numeri e cartelle esistevano già; ma la leggenda dice una cosa vera: a Napoli il lotto non si riusciva a chiuderlo fuori dalla porta.
L'estrazione, tra giudici, preti e malocchio
Com'era un'estrazione a metà Ottocento lo racconta un testimone insospettabile, Charles Dickens, in Pictures from Italy, il libro del suo viaggio in Italia uscito a Londra nel 1846. Il lotto, notava, porta al governo «un'entrata immensa» e diffonde il gusto del gioco «tra i più poveri dei poveri»: una cosa «molto comoda per le casse dello Stato, e rovinosa per loro» (le traduzioni sono nostre).
Si estraeva ogni sabato alle quattro, nel Tribunale; e a Napoli, dal Cinquecento, tribunali e prigioni stavano a Castel Capuano. Dickens descrive uno stanzone «ammuffito come una vecchia cantina e umido come una segreta», i giudici seduti a un tavolo a ferro di cavallo e, dietro il presidente, il Capo Lazzarone, un popolano stracciato messo lì come «una specie di tribuno del popolo» a controllare che tutto fosse regolare. Mentre si aspetta, la gente chiede al bambino che deve pescare i numeri quanti anni ha, quanti fratelli, quanti anni hanno il padre e la madre, se ha dei nei, e quanti, e dove: tutto può servire per la prossima estrazione. Arriva un vecchio giudice che tutti temono, perché ha fama di portare il malocchio; arriva il prete, che benedice con l'acqua santa la cassetta e il bambino. Gli altri numeri escono con la stessa cerimonia, ma senza benedizione: «una benedizione basta per tutta la tavola pitagorica». Il Capo Lazzarone ha giocato tutto quello che aveva, e all'ultimo numero alza gli occhi al soffitto, come a rimproverare il suo santo protettore. «Dove siano i vincitori», annota Dickens, «nessuno lo sa.»
Qualche decennio dopo, ai tempi di Serao, si estraeva il sabato nel palazzo dell'Impresa, a due passi da via Santa Chiara, con la folla stipata nel cortile. Nel romanzo Il paese di cuccagna il bambino che pesca i numeri è un serragliuolo, un piccolo ospite dell'Albergo dei Poveri, a cui sopra la divisa infilano una tunica di lana bianca, «perché la leggenda del Lotto vuole che il piccolo innocente porti la veste bianca dell'innocenza». E dal cortile, mentre l'urna gira, sale il grido: «Gira, gira, vecchiarello!»
La cabala, ovvero l'arte di combinare i numeri
Il vocabolario Treccani definisce la cabala del lotto una «serie complessa di operazioni aritmetiche attraverso le quali si pretende d'indovinare i numeri che si estrarranno», e il cabalista «chi con la cabala pretende d'indovinare il futuro o i numeri del lotto». La parola che conta è pretende.
La cabala aveva i suoi libri. All'astronomo calabrese Rutilio Benincasa, autore di un Almanacco perpetuo stampato a Napoli nel 1593, nei secoli attribuirono tavole per indovinare le estrazioni, quasi tutte apocrife; e gli almanacchi si riempirono di «cabalette», versetti e indovinelli che promettevano numeri. Ai tempi di Dickens ogni banco lotto teneva un libro stampato, una specie di «indovino universale del lotto» in cui ogni incidente e ogni circostanza aveva accanto il suo numero. Quando un fatto colpiva tutti, tutti giocavano gli stessi numeri, e il governo, per non rischiare, li chiudeva: dopo un incendio nel palazzo reale, racconta, le puntate su quei numeri furono proibite. Serao elenca i settimanali cabalistici della sua Napoli, dieci lire l'anno, dai titoli bellissimi: il vero amico, il tesoro, il fulmine, il rivelatore, il corno d'abbondanza. «La cabala esiste più per le classi superiori che per le inferiori», annotava, «ma essa vi discende»: la facevano i pensionati, che «studiano la scienza negromantica del lotto, giuocano disperatamente e hanno sempre il libretto in pegno».
Nel Paese di cuccagna, uscito a puntate tra il 1889 e il 1891, i cabalisti si riuniscono ogni settimana nel salone di un marchese decaduto: un vecchio avvocato, un medico, un professore che è stato prete, un agente di cambio e il padrone di un banco lotto. Parlano sottovoce, in un gergo che la figlia del marchese sente come «un linguaggio di folli», fatto di fantasticherie «che hanno il falso aspetto preciso e affascinante della matematica». All'avvocato rinfacciano le sessanta lire al mese che passa a un ciabattino, Cifariello, perché smetta di risuolare scarpe e faccia la cabala, scritta «con la carbonella, sopra uno sporco pezzetto di carta». «Che sarà?», chiede la ragazza alla vecchia cameriera, la più saggia della casa. «Niente. Parlano dei numeri.» «Litigano, mi pare…» «Sabato sera rifaranno la pace…» «E come?» «Perché nessuno di loro vincerà niente.»
'O Gran Cabalista, insomma, non è un uomo con nome e cognome: è un tipo, come certi personaggi della commedia. Ma dietro il tipo c'erano persone vere, e Serao le aveva viste.
L'assistito, che parlava con gli spiriti
Accanto al cabalista, che i numeri li calcolava, c'era chi diceva di riceverli già fatti. Treccani lo registra così: «a Napoli, un a., una a., persona ritenuta capace d'indovinare i numeri del lotto per potere occulto». È l'assistito, cioè assistito dagli spiriti. Serao non gli fa sconti: «un convulsionario pallido che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi», e che vive alle spalle di chi lo venera. Si annidava nelle case borghesi, e attraverso cameriere e lavandaie la sua fama scendeva nei vicoli, finché se ne andava per strada «circondato sempre da quattro cinque persone che lo corteggiano e studiano tutte le sue parole».
Nel romanzo l'assistito del marchese, don Pasqualino, risponde per enigmi: «Piove, ma il sole uscirà a mezzanotte.» Finché un venerdì sera di temporale i cabalisti, ormai alla disperazione, lo chiudono a chiave in una stanza per strappargli «i numeri certi», e lui si mette a singhiozzare come un bambino.
È un romanzo, ma Serao sapeva di che parlava. Nel Ventre di Napoli scrive che la vera provvidenza del popolo era il monaco: «Il monaco sa i numeri: questo è il domma.» Se non li dice, è perché il Signore glielo ha proibito; se li dice e non escono, è mancata la fede del giocatore; se li dice ed escono, sono guai per lui. Lo aspettavano in strada, alla porta della chiesa e del convento, arrivavano a sequestrarlo: «Sono cose accadute.» E quando, per salvarsi, si faceva mandare dal superiore in un altro paese, il popolo diceva che se l'era portato via la Madonna. Anche Dickens, di passaggio, lo aveva notato: le persone «che hanno il talento di sognare con fortuna» sono ricercatissime, scriveva, e ci sono preti «costantemente favoriti da visioni» dei numeri.
Il venerdì sera, al banco lotto
Se il sabato era il giorno dell'estrazione, il venerdì era quello della giocata. Nel Paese di cuccagna Serao apre le porte di un banco lotto di via Toledo, all'angolo del vico Nunzio: una bottega che divampa di luce a gas, un grande banco di legno chiuso da una grata di fil di ferro con tre sportelli, e dietro il titolare, don Crescenzo, con due commessi che tutti chiamano «i giovani», anche se uno ha settant'anni. «Il giuoco comincia debolmente la mattina del venerdì, nel pomeriggio va crescendo, e nella sera diventa una fiumana.» Arrivano le serve che, finito il servizio, scappano a giocare prima di andare a letto; i cocchieri delle carrozze da nolo, che scendono dalla cassetta e aspettano il turno con la frusta in mano; i giovanotti che fanno una scappata tra un atto e l'altro del teatro dei Fiorentini; i cabalisti dei caffè.
Nemmeno chi stava dietro la grata era al sicuro. Don Crescenzo fa credito ai cabalisti e poi, per tappare il buco, comincia a giocare anche lui, finché l'Intendente di finanza lo convoca: ai suoi versamenti mancano soldi ogni settimana, e «lo Stato non fa credito». «Anche voi giuocate, e a credito», gli dice il funzionario. «Per rifarmi, Eccellenza…» «Un onesto tenitore non giuoca mai. Il lotto è una immoralità, nei cittadini…» «Allora anche lo Stato è immorale?» «Lo Stato non può esser immorale, ricordatevelo.»
Il conto del sabato
Poi c'è l'altra faccia. Fra il venerdì sera e il sabato mattina, scrive, gli operai si facevano anticipare una giornata, le serve rubavano sulla spesa, e quello che si poteva impegnare si impegnava. La miseria più nera non era dire che non si era pranzato, ma dire: «Nun m'aggio potuto jucà manco nu viglietto» (non sono riuscito a giocarmi nemmeno un biglietto); e «chi ascolta ne resta spaventato». Chi aveva solo due soldi li portava al gioco piccolo, il lotto clandestino: una donna con un registro nascosto sotto la gonna, una promessa scritta a lapis su un pezzetto di carta. Giovedì, venerdì e sabato, annotava, erano i giorni dei pegni al Monte di Pietà e dell'usura: «il vero cancro, di cui muore».
Il capitolo successivo si intitola proprio «L'usura». Una donna ha bisogno di cinque lire per l'affitto e va da donna Carmela, che presta cu a credenza, cioè a credito: ne riceve quattro e mezza, perché l'interesse, «due soldi per lira», si paga in anticipo, e il prestito dura otto giorni. Passano gli otto giorni, le cinque lire non ci sono, e si paga un'altra settimana di interesse; poi un'altra, e un'altra ancora. Il venerdì e il sabato, spiega Serao, i banchi pubblici dei pegni non bastano più, «perchè il popolo napoletano deve giuocare al lotto», e la gente si riversa nelle agenzie private. «Ogni vicolo ha la sua donna Carmela, ogni strada ha la sua donna Raffaela, ogni angolo di piazza ha la sua agenzia autorizzata.»
C'è un lustrascarpe che gioca da trent'anni lo stesso biglietto, ereditato dal padre insieme alla cassetta per lustrare: «erano usciti degli ambi, tre o quattro volte, in trent'anni; il terno mai». E c'è la riga in cui Serao aveva già detto tutto: «Il lotto è l'acquavite di Napoli.»
E c'è una novella, Terno secco, raccolta nel 1896 nel volume All'erta, sentinella!, che fa più male di un'inchiesta. Una signora che vive di lezioni d'inglese e di francese abita con la figlia in un quartierino poverissimo. Un sabato mattina la serva, Tommasina, rifacendo il letto, trova sotto il cuscino un foglietto con tre numeri scritti a mano. Li gioca, li racconta in giro, e li gioca mezzo vicinato. Solo zì Domenico, un altro lustrascarpe, non ci crede: lui è fedele alle cose che dicono «gli uomini di scienza, di matematica». Escono tutti e tre, e lui alza le spalle: «Combinazioni, Eccellenza, combinazioni.» Vincono in tanti, tranne la signora, che non li aveva giocati. La figlia la incalza finché capisce: l'unica lira che la madre aveva l'aveva data a lei, per i cartoncini da disegno. «Perdono, mamma, perdono, mamma!»
Il paese di cuccagna è la stessa denuncia in forma di romanzo: venti capitoli in cui famiglie di ogni ceto cadono una settimana dopo l'altra. C'è il pasticciere Cesare Fragalà, un uomo buono e onesto, che un venerdì notte esce dal banco lotto ricordandosi di aver fatto quel giorno «il suo primo debito usurario» e di aver svuotato i cassetti della bottega; qualche capitolo dopo la pasticceria è in fallimento, la moglie gli porge i suoi gioielli, e i due si inginocchiano davanti alla Madonna a pregare: «Non c'indurre in tentazione…». Il romanzo finisce con il marchese inginocchiato sulla soglia della stanza della figlia, «come il vecchio Lear innanzi al cadavere della dolce Cordelia».
Dal romanzo al palcoscenico
Il teatro ne ha fatto commedia, che a Napoli è un modo serio di dire le cose. In Non ti pago, che Eduardo De Filippo portò in scena nel 1940, Ferdinando Quagliuolo ha ereditato dal padre un banco lotto, gioca senza fortuna e sale sui tetti col suo aiutante per interpretare la forma delle nuvole. Quando il padre morto compare in sogno al suo impiegato e gli dà i numeri che poi escono, Ferdinando si rifiuta di pagare: il defunto, sostiene, ha sbagliato indirizzo ed è andato nella vecchia casa di famiglia, dove ora abita l'impiegato. Nel 1942 ne fu tratto un film diretto da Carlo Ludovico Bragaglia. La maledizione che Ferdinando lancia sull'impiegato, rivolto al ritratto del padre, nella prima versione non c'era: nacque per il film e poi entrò nel copione. E nel 2019 anche Il paese di cuccagna è salito sul palco, al Teatro Stabile di Napoli, con la regia di Paolo Coletta.
Quello che resta del sogno
Cabalisti e assistiti non se ne vedono più, e la matematica ha sempre detto la sua: il lotto è un gioco «fortemente non equo», e nessuna cabala ha mai visto dentro l'urna.
Resta la Smorfia, che per Serao era la «prima forma letteraria» del lotto, «rudimentale, analfabeta, fondata sulla tradizione orale come certe fiabe e certe leggende». È questo il suo lato più bello: un dizionario di immagini per dire i sogni ad alta voce, per dare un nome alla paura, alla mancanza, ai morti che ci tornano in mente di notte. La donna del basso che sogna la madre che parla e piange non ha saputo niente del sabato. Ha saputo, però, quanto le manca sua madre. La Smorfia serve a questo: a leggere un sogno, non a indovinare un'estrazione.
E noi
Se volete provare a leggere così un vostro sogno, il modo lo racconta la guida su come si legge un sogno con la Smorfia.
Come lo legge la Smorfia
'O monacoIl monaco
Per Matilde Serao la vera provvidenza del popolo era il monaco, perché «il monaco sa i numeri»: una fede che poteva trasformarsi in un assedio. Qui il monaco sta per tutti quelli a cui si chiedeva di sapere ciò che nessuno può sapere.
'O muorto che pparlaIl morto che parla
È il sogno che i giocatori aspettavano più di tutti: il parente morto che torna e parla. Eduardo ci ha costruito una commedia intera, con un padre che in sogno sbaglia casa.
'E denareI soldi
Il grande sogno dei sei giorni, la casa pulita e la carne ogni giorno, aveva la forma dei soldi; e i soldi veri, quelli dei pegni e dell'usura, se ne andavano ogni sabato.
'A mammaLa mamma
Nella novella Terno secco una madre non gioca i tre numeri che fanno vincere mezzo vicinato: l'unica lira l'aveva data alla figlia. La mamma, qui, è quella che si toglie il pane di bocca, anche se la figlia lo capisce troppo tardi.
'O chiantoIl pianto
Il pianto dell'assistito chiuso a chiave dai cabalisti, e quello, più silenzioso, delle famiglie che Serao vide rovinarsi un sabato dopo l'altro.
Da dove viene
Fonti e approfondimenti17 fonti · 6 testate
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