Conversione di San Paolo Apostolo
La sua storia
Oggi non si ricorda la morte di un santo ma il giorno in cui uno ha cambiato completamente idea. È la Conversione di san Paolo: Saulo che parte per Damasco per perseguitare i cristiani e ci arriva cieco, dalla parte opposta. Il racconto sta negli Atti degli Apostoli, e c'è una cosa curiosa: è raccontato tre volte, con differenze non piccole fra una versione e l'altra. Una volta lo narra Luca, e due volte lo racconta Paolo stesso — davanti alla folla che stava per linciarlo a Gerusalemme, e poi a Cesarea davanti al governatore Porcio Festo e al re Erode Agrippa. Tre racconti della stessa cosa, come capita a tutte le storie che uno si porta dietro per una vita. Un dettaglio vale la pena saperlo, perché ce l'abbiamo tutti in testa sbagliato: **il cavallo non c'è**. La caduta da cavallo è un'invenzione della tradizione artistica, che aveva bisogno di una scena; in tutti e tre i resoconti non se ne parla. Anche la parola «conversione» non compare mai: il testo usa «chiamata», «scelta», e altrove Paolo dirà di essere stato conquistato. A Damasco fu battezzato da un giudeo-cristiano di nome Anania, e riacquistò la vista. Ed è tramite Anania — cioè tramite uno qualunque, non tramite una visione privata — che gli arrivò il mandato che avrebbe definito tutta la sua vita: andare dai gentili, cioè da quelli che non erano ebrei. Da lì nasce buona parte del cristianesimo come lo conosciamo. Chi si chiama Paolo o Paola festeggia oggi, anche se la festa grande è il ventinove giugno insieme a Pietro. Uno che stava andando in una direzione con assoluta certezza, e si è ritrovato per terra. Capita, e non sempre è una disgrazia.
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