Fatto · a Napoli, dentro le case · dal Seicento a oggi

A Napoli c'è chi rientra e dà la buonasera a una casa vuota: è per la Bella 'Mbriana

A Napoli c'è chi, rientrando la sera, saluta una casa vuota: «Bonasera, bella 'Mbriana». Chi è lo spirito buono delle case, che si mostra come un geco e si offende se parli di traslocare? Dalla parola che si legge già nel Seicento alla principessa della leggenda, fino a Pino Daniele.

La redazione di Rimmofatt! · 28 settembre 2026

Sono quasi le nove di una sera d'ottobre, in un palazzo del centro antico. Una signora fa l'ultima rampa con la busta della spesa in una mano e le chiavi nell'altra, apre, spinge la porta con il fianco e, prima ancora di cercare l'interruttore, dice al buio dell'ingresso: «Bonasera, bella 'Mbriana». Nessuno risponde, e nessuno se lo aspetta. La tenda della cucina si muove appena, perché la finestra è rimasta socchiusa; fuori, sul muro del balcone, vicino alla lampada, un geco sta fermo come se fosse dipinto. La signora posa la busta, accende la luce, mette l'acqua sul fuoco. Il saluto l'ha fatto per educazione: a Napoli in casa non si entra senza salutare chi c'è. Anche quando non c'è nessuno.

Chi c'è, per chi ci crede, è la Bella 'Mbriana, lo spirito buono della casa: una giovane donna dal viso sereno che non si fa quasi mai vedere e che, trattata con garbo, porta serenità e fortuna a chi abita con lei. E quel saluto non è un vezzo di oggi: un erudito napoletano lo annotava già nel 1883, quasi con le stesse parole.

Una parola che viene da mezzogiorno

Da dove venga il nome non è sicuro, ma l'ipotesi più diffusa è anche la più bella: 'Mbriana sarebbe una forma consumata di meridiana, l'ora di mezzogiorno, quando il sole è più alto e le ombre si accorciano fin quasi a sparire. Si capirebbe così perché sia uno spirito del giorno e non della notte: la si intravede, dice la tradizione, alla controra, le ore ferme del primo pomeriggio in cui la città rallenta e la testa comincia a pesare. C'è anche chi la chiama Meriana o 'Mmeriana, che dalla meridiana è a un passo.

Che mezzogiorno sia un'ora di spiriti, del resto, lo pensavano in molti. Nel 1889 Giuseppe Pitrè, il grande raccoglitore di tradizioni siciliane, dedicava qualche pagina al «demonio meridiano»: nella Contea di Modica si credeva ai malifrùsculi, diavoli invisibili che vanno a far danni nelle ore di mezzogiorno, d'estate dall'una alle tre del pomeriggio; a Messina si diceva che il venticello che si leva verso quell'ora fosse opera degli spiriti, o gli spiriti stessi. Se il nome viene davvero dalla meridiana, la 'Mbriana è la faccia gentile di quell'ora: lo spirito che a controra, invece di far paura, fa compagnia.

La parola, in ogni caso, è vecchia. Nel 1890 lo studioso Gaetano Amalfi annotava che già Giulio Cesare Cortese, il poeta che Giambattista Basile riconosceva come iniziatore della letteratura in napoletano, ricordava «la brutta e la bona 'mbriana». Nei suoi libri la parola c'è davvero. Nel poemetto Micco Passaro 'nnammorato, del 1619, la ninfa Aretusa è così bella, saggia e graziosa «che maie fù tale bella Mmeriana». Nel romanzo Li travagliuse ammure de Ciullo e Perna, stampato per la prima volta nel 1621, Perna si dispera perché i genitori vogliono darla alla «chiù brutta mbriana d'hommo» che ci sia a Genova; più avanti il Granduca, a Palazzo Pitti, non si capacita che facce «d'accossì bona mmriana» abbiano combinato quello che hanno combinato. Lì la parola sembra indicare l'aria, la figura di una persona, e poteva essere brutta come bella. Nelle case napoletane è sopravvissuta quella bella.

Prima di lei, i Lari

Ancora più difficile dire da dove venga lei. C'è chi la identifica con lo spirito del focolare domestico, chi con il genius loci, il genio del luogo dei Latini. Nessun documento traccia una linea diretta, ma la parentela è suggestiva. Presso ogni focolare i Romani veneravano il Lar familiaris, che la voce dell'Enciclopedia Italiana del 1933 descrive come uno «spirito affettuoso e benigno, che veglia sulle fortune della casa e della famiglia». Tutti gli abitanti della casa lo onoravano ogni mattina e prima del pasto principale; la sposa, entrando per la prima volta nella casa del marito, gli faceva un'offerta speciale; lo si ricordava quando qualcuno della famiglia partiva o tornava da un viaggio.

Un pensiero prima di mangiare, un gesto sulla soglia, il rispetto per chi abitava la casa prima di noi: a leggere quelle righe viene il sospetto che certe abitudini napoletane abbiano radici più lunghe di quanto sembri. Ma è un sospetto, non una prova. E l'idea di cercare a Roma i parenti degli spiriti di casa non è nuova: nel 1883 lo stesso erudito del saluto ricordava che i Romani chiamavano Lemures i loro spiriti familiari (quelli cattivi, precisava), e che perfino i Russi avevano il loro Domovoi. Ogni popolo, a quanto pare, ha qualcuno che abita la casa insieme a lui.

Quello che scrivevano nell'Ottocento

L'erudito si chiamava Luigi Correra, e il suo articolo uscì il 15 aprile 1883 nella rivista napoletana di letteratura popolare intitolata proprio a Giambattista Basile. Parlava soprattutto del munaciello, ma a un certo punto scriveva: «Qualche volta però, invece del munaciello, in qualche casa si dice che vi sia la bella 'mbriana, la quale è una specie di munaciello femmina, una fata benefica, è l'aùrio della casa». Aùrio è l'augurio, il buon presagio. Poi il saluto: qualche popolana, la sera, rientrando, «è solita dire bona sera bella 'mbriana». E infine un dettaglio che oggi si è quasi perso: la 'Mbriana era l'amica dei bambini e, se erano stati buoni, la sera dell'Epifania scendeva dal camino a portar loro dei doni. Una Befana di casa, giovane e bella.

Sette anni dopo Gaetano Amalfi, nelle sue Tradizioni ed usi nella penisola sorrentina uscite nella collana di Giuseppe Pitrè, la metteva tra le fate, «naturalmente benefiche», quelle che «fanno diventar bello un brutto, arricchire un povero, ringiovanire un vecchio». Anche lui aveva sentito il saluto: «Qualche popolana, ritirandosi, la saluta: "Bona sera, bella 'Mbriana!" E, così, se la propizia».

Correra lasciava un'ultima annotazione: dove non abitavano né la 'Mbriana né il munaciello, a portare fortuna alla casa erano altri piccoli ospiti, le vaccarelle di San Pasquale, le serpi, le lucertole, gli scarabei.

Amalfi, dalla penisola sorrentina, allungava l'elenco. Trovarsi addosso una formichina è di buon augurio, e così una lucertola a due code: le contadine la chiudevano nella cassa del grano, convinte che il grano sarebbe cresciuto a vista d'occhio. Una farfalla che entra in casa porta una buona notizia, specie se è una vaccarella di San Bartolomeo, «che non deve mai uccidersi». Spazzare di sera, invece, porta male. Il geco, in quell'elenco di piccoli ospiti da rispettare, ci starebbe benissimo.

La principessa che cercava una casa

In quelle pagine dell'Ottocento la 'Mbriana non ha una storia: c'è, e basta. La storia gliel'ha data il racconto popolare, e ne circolano più versioni, che non vanno del tutto d'accordo.

Nella più nota c'era una principessa che per un amore infelice perse la ragione e cominciò a vagare per i vicoli della città come un'ombra. Il re suo padre, per proteggerla, ricompensava con doni anonimi le case in cui la figlia veniva accolta. In un'altra versione la ragazza fu abbandonata all'altare poco prima di sposare il principe che amava, un valoroso soldato del re; oppure, e qui i narratori non sono sicuri, seppe alla vigilia delle nozze che lui era morto in battaglia. Da allora girava la città sempre vestita da sposa, per vie e vicoli, persino sui tetti. In una terza, lasciata anche lei all'altare, il padre non è un re ma un uomo molto ricco, e la ragazza non si limita a passare: le piace entrare nelle case per spiare la vita di tutti i giorni, e chi le offre ristoro viene pagato.

Tutte finiscono allo stesso modo: una casa che accoglie una ragazza triste riceve in cambio un dono che non sa da dove arrivi. Da lì la fortuna legata a quella presenza, e l'idea che lo spirito lasci ancora regali qua e là nelle case delle persone oneste.

Una storia che le somiglia la raccoglieva già Amalfi a Sorrento, dove era «celebre la fata di casa Mastrogiudice». Un vecchio cicerone del posto, un certo Francesco d'Aprea, gliela raccontò così. Un Mastrogiudice, rincasando, vede per strada, vicino al seggio, una ragazza nuda di bellezza meravigliosa; le getta addosso il suo cappotto, se la porta a casa, la fa vestire come si deve, e dopo nove mesi ne ha un figlio. Lei però è muta: non dice mai una parola, e non si sa chi sia né come sia finita lì. Un giorno lui fa accendere un gran fuoco e, davanti a lei, finge di volerci gettare il bambino. La ragazza ritrova di colpo la voce e grida pietà: è di famiglia reale, e si celebrano le nozze con gran pompa. Anche qui una sconosciuta di sangue regio accolta in casa, e la fortuna che entra dalla porta insieme a lei.

Le regole della casa

Per tenersela buona, la tradizione ha messo insieme un piccolo galateo. La si saluta entrando e uscendo. Un tempo le si apparecchiava un posto in più a tavola, con una sedia libera perché potesse sedersi a riposare. Le piacciono l'ordine e la pulizia, e una casa trascurata la rende irascibile. Soprattutto non va offesa: niente lamentele perché la casa è piccola o buia, e se si pensa di traslocare se ne parla fuori, dove lei non sente. Per chi mette mano ai muri c'è anche un proverbio: casa accunciata, morte apparicchiata, casa rimessa a nuovo, morte apparecchiata. Perché la 'Mbriana è buona, ma quando si offende i racconti le attribuiscono vendette tremende, fino alla morte di un familiare.

Poi c'è il geco. Si dice che, se la si osserva, si trasformi in geco o in farfalla; il poeta Claudio Pennino, che le ha dedicato un volumetto presentato dal Mattino nel gennaio 2024, aggiunge la falena, il soffio di vento, il grillo. Per questo il geco, che nelle sere d'estate caccia gli insetti vicino alle lampade, a Napoli è un portafortuna e nessuno si sogna di scacciarlo. Chi lo farebbe, sapendo che potrebbe essere la padrona di casa?

Pennino riferisce anche due storie che dicono molto del suo carattere. Una signora mise una moneta in un cassetto e un bel giorno ne trovò tre: capì che era un regalo della 'Mbriana, ma lo raccontò a una vicina, e tornando a casa trovò le monete diventate carbone. Un'altra, sentendosi fin troppo seguita dallo spirito, cambiò casa, e c'è chi giura di aver sentito la 'Mbriana piangere.

Il quattro di maggio

Del trasloco, a Napoli, non si parlava solo sottovoce: è stato a lungo un rito collettivo, con una data fissa. Giovanni Emanuele Bidera, che nel 1844 scrisse una Passeggiata per Napoli e contorni per raccontare la città «a fior di terra», gli dedica un capitolo intero, Il quattro maggio. Napoli, scrive, è «un'immensa locanda»: tranne pochi fortunati, stanno tutti in affitto. Il primo di gennaio spuntano dappertutto i cartelli Si loca, e con quel cartello chiunque ha il diritto di girare le stanze più segrete delle famiglie. Ogni casa viene visitata fino a trenta volte al giorno da vecchie ciarliere e curiose che fanno cento domande: se l'acqua è di pozzo o di formale, la condotta dell'acquedotto; se vi è morto qualcuno; «se si vede la bella Mbriana o il Monacello». E a tutte, per civiltà e usanza, bisogna rispondere.

Poi arriva il giorno. Cinquantamila facchini, racconta Bidera, tra lazzari, servitori, ciabattini e contadini dei casali, spostano quasi tutta Napoli in poche ore. Di notte la luna illumina i carri colmi di masserizie, e per le scale strette salgono e scendono uomini carichi di bauli, «come le formiche che recano gli acini del grano al formicaio». A chi dorme l'ultima notte nella vecchia casa, Bidera raccomanda di lasciarle un addio, e di inaugurare quella nuova con «la frugale zuppa de' maccheroni, come è di rito». E invece di correre ad appendere alla porta il ferro di cavallo o le corna contro il malocchio, meglio fare come la popolana che si porta dietro il suo santo protettore e gli riaccende la lampada, «simile a sue greche proave, che recavano seco gli Dei penati». I Lari, come si vede, rientrano in casa da un'altra porta.

Lei e 'o Munaciello

La 'Mbriana divide le case napoletane con un vicino più chiassoso. Correra descriveva il munaciello come un nano con le fibbie d'argento sulle scarpe e lo zucchetto rosso in testa, capace di arricchire un suo protetto e, subito dopo, di rubare i fascicoli a un povero avvocato, che il giorno della discussione si ritrovava senza carte. Quando l'avvocato, esasperato, decise di cambiare casa, di «fare il quattro di maggio», come si diceva allora, chiamò i facchini e fece caricare tutto su un carretto. E in cima al carico, indovinate chi c'era: il munaciello, che gridava tutto contento «Cagnammo casa!».

Quasi quarant'anni prima, Bidera ne dava una definizione più solenne: «È antica credenza che lo spirito familiare presieda alle case come i lemures dei latini, che il volgo chiama Monacello»; porta fortuna a chi ne sopporta la vista e tiene segreti i suoi benefici, e diventa dispettoso e maligno con chi li va a raccontare. E riferiva una storia che comincia con «narrasi». Un giovane povero e magro, che abitava da solo una casa nel Cilento, ogni notte, mentre studiava, si vedeva sedere accanto un uomo venerabile che poi spariva all'improvviso. Una volta si fece coraggio e gli chiese se fosse il demone di Socrate, o il suo genio buono o cattivo. «Sono il Signore di queste soglie che ti protegge e t'ammira», rispose quello, e sparve. Il giovane, conclude Bidera, era Giambattista Vico. La visita non si può verificare; è vero invece che Vico passò diversi anni nel Cilento, come precettore dei figli del marchese Rocca nel castello di Vatolla.

Ecco la differenza. Il munaciello fa dispetti per il gusto di farli, e alla donna che va in giro a raccontare i suoi favori tira i capelli; la 'Mbriana dispetti non ne fa, ma si offende. Il munaciello trasloca con te, e ride. La 'Mbriana resta, e piange. Su un punto soltanto vanno d'accordo: i loro regali non si raccontano ai vicini.

Le cugine di Sicilia

La 'Mbriana non è sola. Nello stesso volume del 1889 Pitrè descriveva le Donne di fuora, che a seconda dei paesi si chiamavano anche Donni di casa, Belli Signuri, Patruni di casa: esseri «un po' streghe, un po' fate», capaci di arricchire o impoverire, di far belli o brutti, mossi soltanto dal capriccio. Il ritratto sembra fatto apposta per stare accanto alla nostra. Amano «la pulitezza e la compostezza fino allo scrupolo»: nelle case dove vanno vogliono trovare il letto ben rifatto, le lenzuola bianche e odorose, il rame della cucina splendente, le stanze ben spazzate. Non si fanno vedere, e fortunato chi ci riesce.

Escono il giovedì notte ed entrano dai buchi delle serrature; se l'alba le sorprende, diventano rospi fino alla notte seguente. Per questo in Sicilia il rospo non si ammazza: lo si lascia dov'è, oppure lo si raccoglie, lo si porta in casa e gli si dà pane e vino, qualche volta pane e zucchero. E guai a riconoscerle e andarlo a raccontare, perché si offendono e se la prendono con chi ha parlato.

Il geco a Napoli, il rospo in Sicilia; la casa in ordine, il segreto da mantenere. Cambiano l'animale e il dialetto, non le regole.

Appesa a un filo d'oro

Nel 1982 Pino Daniele le intitolò un album, con dentro una canzone dallo stesso nome e, fra i musicisti, Wayne Shorter e Alphonso Johnson. Nelle sue note scriveva: «La bella 'mbriana, nella tradizione popolare partenopea, è l'anima della casa, un folletto benigno che vive in simbiosi con essa, non ha epoca non ha età, ma può intervenire e cambiare gli eventi». Nel ritornello c'è proprio il saluto della nostra signora, «Bonasera bella 'mbriana mia», e c'è un verso, «rieste appiso a 'nu filo d'oro», resti appesa a un filo d'oro, che nel libro di Pennino diventa l'immagine di quanto questo spirito possa legarsi alle persone.

La buonasera

La signora dell'inizio, con ogni probabilità, non sa niente di Cortese, dei Lari o della rivista del 1883. Sa soltanto che rientrando si saluta. Ed è forse il modo più napoletano di stare al mondo: non sapere se qualcuno ti ascolta, e salutarlo lo stesso, per non fare torto a nessuno. Se leggete queste righe di domenica pomeriggio, la controra è appena passata. Se la tenda si muove, lasciate stare la finestra.

E noi

Le regole di cortesia per la 'Mbriana, il munaciello e la janara le abbiamo raccolte nella guida sul Munaciello, la Bella 'Mbriana e 'a Janara. E se una notte la sognate affacciata tra le tende, la guida su come si legge un sogno con la Smorfia vi aiuta a capire che cosa vi sta dicendo.

Come lo legge la Smorfia

  • 'O padrone 'e casaIl padrone di casa

    In una casa napoletana chi paga l'affitto non è per forza chi comanda: la vera padrona, dice la tradizione, è lei, e a lei si dà la buonasera entrando.

  • 'A bella figliolaLa bella figliola

    La bella figliola è lei: una ragazza dal viso sereno che si intravede per un istante, e che già nel Seicento era un paragone di bellezza.

  • 'Onna pereta fore 'o barconeLa donna al balcone

    La donna al balcone: la si scorge, se la si scorge, tra una tenda mossa dal vento e il riflesso di una finestra, e subito non c'è più.

  • 'A sposaLa sposa

    La sposa della leggenda: una principessa rimasta senza nozze che girava la città vestita per un matrimonio mai celebrato, finché le case napoletane non le aprirono la porta.

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