Una scopa dietro la porta e un noce sul fiume: la lunga notte di 'a Janara
Nel Sannio, per secoli, si è messa una scopa dietro la porta contro la janara, la strega che passava come un soffio e volava al noce di Benevento. Dietro la leggenda ci sono i Longobardi, un vescovo che abbatte un albero, una rima fortunata e le carte dei processi a donne vere.
La redazione di Rimmofatt! · 30 settembre 2026
Fuori c'è vento, di quello che in collina fa sbattere le imposte e fischia sotto gli usci. In una casa di pietra del Sannio, prima di spegnere il lume, una nonna fa due gesti senza pensarci: appoggia la scopa dietro la porta e lascia sulla soglia un pugno di sale grosso. Nessuno le chiede perché. Lo sanno tutti: stanotte può passare 'a janara.
Si racconta che al mattino, nella stalla, la cavalla sia fradicia di sudore, come se qualcuno l'avesse cavalcata fino all'alba, e che nella criniera abbia tante treccine strette, fatte da mani che nessuno ha visto. E si racconta pure che il sale sulla soglia sia ancora lì, grano per grano: segno che qualcuno si è fermato a contarlo e non ha fatto in tempo a finire.
Questa è la leggenda. Ma dietro la strega di Benevento c'è anche una storia con date, nomi e carte di tribunale. Vale la pena di raccontarle tutte e due, stando attenti a non confonderle.
Un nome che sta sulla porta
Da dove venga la parola nessuno lo sa con certezza, e le strade sono due. La prima porta a Diana, la dea della luna e della notte: lo scrittore latino Macrobio riferisce che per alcuni eruditi, fra cui Nigidio Figulo, Iana e Diana erano lo stesso nome, con la D aggiunta davanti per comodità di pronuncia. Da lì a Dianara, «sacerdotessa di Diana», e poi a janara, il passo sarebbe breve.
La seconda strada porta, letteralmente, alla porta: ianua, in latino, è l'uscio di casa. E la janara, nei racconti, è una creatura di soglie. Entra passando sotto la porta, come uno spiffero, e proprio sulla porta la si ferma: tutte le difese contro di lei, come vedremo, stanno lì, fra il dentro e il fuori.
Il nome, del resto, ha fatto strada. In Sardegna le janas sono fate, per lo più benevole, e domus de janas, «case delle fate», si chiamano le tombe preistoriche scavate nella roccia dell'isola: dal luglio 2025 sono patrimonio dell'UNESCO. Grazia Deledda, in Canne al vento, le descrive come «piccole fate che durante la giornata stanno nelle loro case di roccia a tesser stoffe d'oro in telai d'oro». Parenti lontane della nostra, forse, ma di carattere assai più mite.
Quanto alla janara del Sannio, una delle tracce scritte più antiche del suo nome la segnala Pietro Piperno, il medico di cui diremo fra poco: un atto del 24 febbraio 1273, conservato ai suoi tempi nella biblioteca dell'arcivescovado, che fra i confini di un terreno sulla strada per la Puglia nomina un noce, «Nucem dicta ianaram». Un albero delle janare, scritto nero su bianco in un documento di terre e di confini.
Il noce sul fiume Sabato
Il cuore della leggenda è un albero. Si dice che le janare di mezzo mondo si dessero appuntamento, di notte, sotto un grande noce sulle rive del Sabato, il fiume che bagna Benevento. E qui la storia vera dà una mano a quella inventata.
Nel VII secolo Benevento era la capitale di un ducato longobardo. Nel 663 la città fu assediata dalle truppe dell'imperatore bizantino Costante II, e questo è un fatto. La governava il giovane Romualdo per conto del padre Grimoaldo, diventato re dei Longobardi, che scese in suo aiuto con un grosso esercito. L'imperatore tolse l'assedio, portandosi via come ostaggio la sorella del duca, Gisa.
Da qui in poi la parola passa alla Vita di san Barbato, scritta da un autore anonimo, in cui, come osserva il Dizionario Biografico della Treccani, storia e fantasia si intrecciano al punto che «non è facile sceverare il vero dal falso». Secondo la Vita, i Longobardi erano ancora legati a vecchi culti: una vipera d'oro, custodita nel palazzo del duca, e un albero sacro ai cui rami si appendeva una pelle di caprone, che i cavalieri colpivano al galoppo per strapparne brandelli da mangiare. Salvata la città, Barbato sarebbe diventato vescovo, avrebbe abbattuto l'albero strappandone anche le radici e al suo posto avrebbe fatto sorgere una chiesa, Santa Maria in Voto. La vipera d'oro, consegnata di nascosto dalla duchessa Teuderada, sarebbe finita fusa in un calice.
Quanto c'è di vero? Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi, della vipera e del noce non dice niente. Per la Treccani l'assedio finì per l'arrivo dell'esercito di Grimoaldo, non per un miracolo; l'episodio della vipera ha un valore soprattutto simbolico, e le cavalcate attorno all'albero erano più che altro un gioco e un addestramento da guerrieri. Ma proprio in quel rito, scrive ancora la Treccani, «si riconosce il nucleo originario della leggenda del noce e delle streghe di Benevento»: i cristiani del posto videro uomini urlanti che giravano a cavallo intorno a un albero, e ci lessero il diavolo.
Il medico che cercava il noce
Il noce, poi, non volle saperne di restare abbattuto. Nei secoli si cominciò a dire che fosse rinato, e chi ne scrisse più a lungo fu Pietro Piperno, filosofo, medico e protomedico di Benevento. Prima gli dedicò un trattato in latino, De nuce maga beneventana; poi, nel 1639, la versione italiana, Della superstitiosa noce di Benevento, ristampata a Napoli l'anno dopo «da molti errori emendata».
Piperno è preciso come un agrimensore. Il noce antico, scrive, stava sulla riva del Sabato, a circa due miglia dalla città verso scirocco, non lontano dal castello di Casalnuovo, nel podere del nobile Francesco di Gennaro, dove una lapide ricordava la superstizione «deinde regerminantem», rigermogliata dopo il taglio. E racconta di aver visto da quelle parti un altro noce enorme, così cavo che dentro «vi capono trè huomini». Nel libro mise perfino una piantina. Altri, dopo di lui, hanno cercato il noce allo Stretto di Barba, sulla strada per Avellino, o al Piano delle Cappelle. Il tratto di riva dove sarebbe cresciuto ha un nome che è già un racconto: la Ripa delle Janare.
Ma non si pensi a uno scettico. Piperno alle streghe ci credeva, e chiude il libro pregando san Barbato di liberare le campagne da «questi maledetti nidi di streghe». L'ultimo capitolo si domanda perché a praticare quell'arte siano «più tosto donne che huomini», e le risposte, prese da un vecchio trattato sui sortilegi, sono quelle che vi aspettate: le donne sarebbero «debili, ignoranti, e facili alla credenza». Poi ricopia da sant'Antonino di Firenze un alfabeto con due difetti femminili per ogni lettera, avvertendo che lo fa «con pace delle buone donne». Le buone donne, speriamo, lo avranno perdonato.
Il ballo sull'aia
Nel Quattrocento la fama del noce correva già lontano, anche sulla bocca dei predicatori. Nell'estate del 1427 Bernardino da Siena predicò per quarantacinque giorni di fila in piazza del Campo, e le sue parole ci sono arrivate intere perché un cimatore di panni, Benedetto di maestro Bartolomeo, le annotava su tavolette di cera con una sua stenografia e la sera le ricopiava. In una di quelle prediche c'è una storia che sembra una fiaba.
Un servitore di un cardinale, andando di notte verso Benevento, vede su un'aia molta gente che balla, «donne e fanciulli e giovani». Ha paura, poi si fa coraggio, si avvicina, e alla fine balla anche lui. Quando suona il mattutino tutti scappano in un attimo, tranne la ragazza che lui tiene per mano: lei tira, lui tiene, finché si fa giorno. Se la porta a casa, e per tre anni lei non dice una parola; poi si scopre che veniva dalla Schiavonia, le terre slave dall'altra parte dell'Adriatico.
C'è già tutto quello che ritroveremo nei racconti delle janare: il ballo notturno, l'alba che scioglie l'incanto, la mano che trattiene. Ma la fiaba finisce in un altro modo. Bernardino ne trae una lezione durissima: incantatrici e streghe vanno sterminate, «che se ne perdi il seme». Qualche tempo prima, a Roma, dopo le sue prediche, una donna di nome Finicella era finita sul rogo. L'anno dopo toccò a Todi.
La rima che portava a Benevento
Per volare al noce, dicono i racconti, la janara si ungeva con un unguento e diceva una formula. La versione che si ripete oggi suona così: «Unguento unguento, portami al noce di Benevento, sopra l'acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo». Ne gira anche una in dialetto: «'Nguento, 'nguento, mànname a lu nocio 'e Beneviento».
La sua forma più celebre, però, non viene dal Sannio: viene dagli atti di un processo in Umbria. Il 20 marzo 1428, a Todi, fu mandata al rogo Matteuccia di Francesco, una guaritrice a cui si rivolgevano in tanti, uomini e donne, per erbe, rimedi e pene d'amore. Due anni prima in città aveva predicato proprio Bernardino, e la sentenza stessa lo ricorda. Fra le formule che le furono attribuite c'è questa: «Unguento, unguento, mandame a la noce de Benivento, supra aqua et supra ad vento, et supra ad omne maltempo».
L'Enciclopedia delle donne, nella voce dedicata a Matteuccia, avanza un'ipotesi che fa sorridere e pensare insieme: forse a scegliere Benevento come ritrovo delle streghe fu anche la rima, unguento con vento e con Benevento. In un altro processo, a Perugia nel 1456, la formula attribuita a una certa Mariana diventa infatti «Unguento, menace a la noce de Menavento». Il nome della città si piega, la rima resta.
Bellezza e il suo libro
Cento anni dopo Matteuccia, fra maggio e giugno del 1528, nella rocca di Fiano, a nord di Roma, fu processata Bellezza Orsini, figlia naturale di un Orsini, che in Sabina era conosciuta come guaritrice. Il suo fascicolo non porta date ed è finito in un volume del Tribunale del governatore di Roma del 1540: per questo a volte si legge quell'anno. Lo ha studiato a fondo lo storico Michele Di Sivo.
Nei primi interrogatori Bellezza parlò del suo lavoro: le erbe, e un «libro di 180 carte» che conteneva, disse, i «secreti del mondo». Poi vennero le domande che suggerivano le risposte, e la tortura, e la confessione prese la forma che il giudice si aspettava: il volo notturno, il sabba, il noce di Benevento. Il giudice, Marco Calisto, veniva da Todi, la città di Matteuccia, e il racconto che ottenne somiglia molto a quello di cent'anni prima.
Eppure nelle carte è rimasta anche la sua voce. In un quaderno consegnato ai giudici, forse dettato a uno dei figli, Bellezza paragona la sua arte all'imparare a leggere: «quante più cose cierchi de inparare tante più sonno quelle che trovi da 'nparare [...] e più vai inanti più vo' ire e non te ne cuntenti. Cusì è la strearia». Più che una strega, sembra una donna innamorata del sapere. Da quella rocca non uscì viva.
Dai tribunali ai quaderni degli studiosi
Anche a Benevento i processi ci furono. Lo studioso Abele De Blasio riferiva che nell'archivio arcivescovile se ne conservavano circa duecento verbali, in gran parte distrutti nel 1860; un'altra parte andò perduta sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Di quelle donne, oggi, non sappiamo quasi niente.
Poi, piano piano, il vento girò. Nel 1749 il roveretano Girolamo Tartarotti pubblicò Del congresso notturno delle lammie, un libro contro i processi alle streghe: il sabba, sosteneva, non era reale, anche se alla magia continuava a credere. Ebbe una vasta risonanza, in anni in cui i processi non erano ancora finiti.
Uscita dai tribunali, la janara entrò nei quaderni degli studiosi. Proprio De Blasio, medico e antropologo nato nel 1858 a Guardia Sanframondi, pubblicò nel 1900 Inciarmatori, maghi e streghe di Benevento, una delle prime ricerche condotte con metodo scientifico sulla magia del Sannio. Vi classificò gli inciarmatori, cioè i guaritori, i maghi, le occhiarole, le fascinatrici, e le janare. Raccolse formule e pratiche, e da seguace di Lombroso misurò perfino le persone, secondo teorie che oggi sono superate; ma le sue pagine restano una testimonianza preziosa di una provincia povera e in gran parte analfabeta. Il libro è tornato in libreria quest'anno.
Scopa, sale e capelli
Nelle case, intanto, ci si difendeva a modo proprio. La scopa dietro la porta e il sacchetto di sale o di sabbia sulla soglia funzionavano grazie a un difetto della janara: è una contabile scrupolosa, e non sa lasciare un conto a metà. Fili di scopa, grani di sale, uno per uno: e mentre conta arriva l'alba, e la luce del sole è la sua nemica. Un racconto, forse nato da un poemetto napoletano dell'Ottocento, parla di un uomo che si fa portare al sabba dalla moglie janara, trova il cibo sciapo, chiede del sale e, appena lo sparge sul piatto, il sabba intero svanisce.
Si diceva che le janare nascessero nella notte della vigilia di Natale, e che per riconoscerle bastasse aspettare fuori dalla chiesa, dopo la messa di mezzanotte, le ultime donne a uscire. Il loro punto debole erano i capelli: chi riusciva ad afferrarne una per la chioma doveva però stare attento alla domanda che lei gli avrebbe fatto, «Che tieni in mano?». Dire la verità, «capelli», era un errore, e la janara scivolava via come un'anguilla; bisognava rispondere «ferro e acciaio».
Le sorelle della janara
Benevento, del resto, non ha una strega sola. Nel Triggio, il quartiere antico cresciuto attorno al teatro romano, si raccontava della Zucculara, una donna zoppa che calzava vistosi zoccoli e si annunciava col rumore dei piedi, apparendo e scomparendo sotto gli occhi dei passanti. Il nome del quartiere viene da trivium, l'incrocio di tre strade, dove si venerava Ecate, la dea dei crocicchi, che si diceva portasse un sandalo solo: e in quella zoppa col suo zoccolo c'è chi riconosce un ricordo della dea.
Nei pozzi abitava invece la Manalonga, «dal braccio lungo», che tirava giù chi passava troppo vicino; e nelle case le Urie, spiriti domestici che ricordano i Lari dei Romani. La paura dei pozzi non è del tutto passata: la cantautrice La Niña, nel suo album Furèsta del 2025, ha dedicato una canzone alla Manalonga, ispirata proprio all'abitudine, ancora viva, di tenersi lontani da certi pozzi.
Cosa ne resta
A Benevento, 'a Janara non fa più paura: è diventata di casa. Proprio nel 1860, l'anno in cui secondo De Blasio andavano distrutte le carte dei processi, Giuseppe Alberti creava in città un liquore giallo di zafferano, distillato da una settantina di erbe e spezie, e lo chiamava Strega. Sull'etichetta, ancora oggi, le streghe ballano intorno al noce. La leggenda dell'azienda è gentile: le streghe avrebbero preparato una pozione capace di tenere unite per sempre le coppie che la bevevano insieme.
Da quel liquore, nel 1947, prese il nome il più noto premio letterario italiano, nato a Roma nel salotto di Maria Bellonci, dove scrittori e artisti si ritrovavano la domenica: gli Amici della domenica, come si chiama ancora la giuria. Guido Alberti, proprietario della casa del liquore, ci mise il sostegno e il nome.
La squadra di calcio della città ha nello stemma una strega a cavallo di una scopa, e i suoi giocatori sono gli Stregoni. Sul corso Garibaldi, nel Palazzo Paolo V, c'è Janua, un museo dedicato alle janare, nato da più di vent'anni di ricerche nel Sannio: santini, ex voto, pani a forma umana, erbe di potere, e l'idea che quelle donne fossero soprattutto custodi di una tradizione, ora guaritrici, ora streghe. Da anni, poi, il centro storico ha la sua Notte delle Streghe – Janare Festival: nel luglio 2025 era alla tredicesima edizione, con una mostra intitolata «Janara: mistero, fede e leggenda» e le visite «Sulle orme delle Janare».
Il noce ha avuto perfino il suo momento alla Scala: nel 1812 Salvatore Viganò vi portò il balletto Il noce di Benevento, e da un tema di quel ballo Niccolò Paganini trasse le sue variazioni per violino, Le streghe. Più vicino a noi, alla janara Eugenio Bennato e Pietra Montecorvino hanno dedicato una canzone, E' na janara, legata al film Janara girato nel Sannio nel 2015 e costruita proprio su quel «ferro e acciaio».
All'alba
Torniamo alla casa di pietra. Il vento è calato, fuori schiarisce. La scopa è ancora dietro la porta, il sale sulla soglia, e nessuno saprà mai se stanotte qualcuno si è fermato a contare. La nonna, domani sera, la scopa la rimetterà al suo posto: nun se sape maje, non si sa mai.
Forse la janara è la forma che la gente di campagna ha dato alle sue notti: il vento, il cavallo stanco, il buio che non passa. Dietro quella forma, nelle carte dei tribunali, ci sono donne vere, che curavano con le erbe e che furono chiamate streghe. Raccontarle con rispetto è il modo migliore per chiudere la porta alla paura.
E noi
Della janara abbiamo raccontato anche le abitudini di casa, insieme a quelle di due spiriti più gentili, nella guida sul Munaciello, la Bella 'Mbriana e 'a Janara.
Come lo legge la Smorfia
'O maletiempoIl maltempo
Il maltempo è la strada della janara: «sopra l'acqua e sopra il vento», dice la formula, e le sue sono notti di vento, quando le imposte sbattono e la scopa sta dietro la porta.
'E pileI peli
Peli e capelli tengono insieme tutta la storia: le treccine nella criniera dei cavalli, e la chioma della janara, il suo punto debole, da cui la si poteva afferrare.
'A manaLa mano
«Che tieni in mano?» chiede la janara a chi l'ha presa per i capelli: la mano che trattiene, e la risposta giusta, ferro e acciaio, che non la lascia scappare.
'A pauraLa paura
La paura della janara teneva la scopa dietro la porta; la paura delle streghe, nei tribunali, fece molto più male, e a donne vere che curavano con le erbe.
Da dove viene
Fonti e approfondimenti25 fonti · 16 testate
Altri Fatti
- Quando un'ombra si siede sul petto e toglie il respiro: nel Sud la chiamavano Malombra
- A Napoli c'è chi rientra e dà la buonasera a una casa vuota: è per la Bella 'Mbriana
- Sposta le chiavi, lascia monete e guai a chi lo racconta: la storia di 'O Munaciello
- Un anello rimasto quasi trent'anni sotto un sasso in fondo a un lago torna alla sua padrona
Rimmofatt! è intrattenimento simbolico. Non prevede vincite, non aumenta le probabilità di vincita e non raccoglie giocate. Non è un servizio di gioco.