Fatto · nelle case vecchie di Napoli · dal Quattrocento della leggenda a oggi

Sposta le chiavi, lascia monete e guai a chi lo racconta: la storia di 'O Munaciello

A Napoli, quando una cosa sparisce e ricompare dove nessuno l'aveva messa, si sa di chi è la colpa. Matilde Serao gli ha dato una data di nascita, il 1445; Eduardo lo ha portato a teatro e Sorrentino al cinema. Storia vera e storie raccontate del monacello delle case napoletane.

La redazione di Rimmofatt! · 27 settembre 2026

Mettete una cucina in un vicolo del centro antico, una sera d'inverno. La pentola sul fuoco, i vetri appannati, la radio bassa. Le chiavi di casa erano sulla credenza, ne siete sicuri: ce le avete poggiate voi, dieci minuti fa. Adesso non ci sono più. Si cerca dappertutto, si alza la voce con chi passa di lì; poi, quando ci si è arresi, le chiavi saltano fuori dalla cassetta del pane, dove nessuno le metterebbe mai. Nessuno si scusa, perché nessuno è stato. Dalla stanza accanto la nonna dice soltanto: «È stato 'o munaciello».

E se un'altra sera, infilando la mano nella tasca del grembiule, ci trovate una moneta che non ricordavate di averci messo, la regola è una sola: ve la tenete, e non lo dite a nessuno.

Una storia del 1445, raccontata nel 1881

Il munaciello – il monacello, il piccolo monaco – è lo spirito di casa più famoso di Napoli, e ha una particolarità rara per un folletto: una data di nascita. Gliel'ha data Matilde Serao nelle Leggende napoletane, uscite a Milano nel 1881. Serao, con la lingua solenne di una cronaca antica, comincia così: nell'anno 1445, «regnando Alfonso d'Aragona», Caterina Frezza – la Catarinella del racconto –, figlia di un mercante di panni, si innamorò di «un nobile garzone», Stefano Mariconda.

Una precisazione: nel testo di Serao Stefano non è il povero ragazzo di bottega di molti racconti di oggi. Garzone, nell'italiano antico, voleva dire giovane, e la «disparità delle nascite» andava nell'altro verso: il nobile era lui. E tutte e due le famiglie facevano la guerra agli innamorati.

Si vedevano di notte: Stefano saliva una scala «fangosa e dirupata», usciva sui tetti e, terrazzo dopo terrazzo, arrivava al terrazzino dove Catarinella lo aspettava tremando. Finché una notte mani nemiche lo sorpresero alle spalle e lo gettarono giù, nella strada.

Catarinella, fuori di sé dal dolore, fu accolta in un monastero di suore, e lì mise al mondo un bambino minuscolo, pallido, con gli occhi spaventati. Le suore le consigliarono un voto alla Madonna perché il piccolo crescesse forte, e lei, per voto, gli fece indossare un abitino bianco e nero da monaco. Il bambino crebbe pochissimo, e lei continuò a vestirlo così. La gente cominciò a chiamarlo lu munaciello.

Lo si vedeva passare nelle strade dei mercanti vicino al porto, e i bottegai se lo indicavano col dito. La madre gli aveva tagliato un cappuccetto rosso da un pezzetto di lana porpora: quando lo portava, incontrarlo era di buon augurio; quando portava quello nero, di cattivo augurio. E siccome il rosso si vedeva di rado, gli davano la colpa di tutto: dell'aria cattiva, dell'acqua guasta nei pozzi, del caro del pane, perfino delle nuove tasse del re.

Morta la madre, restò solo; e una sera sparì. Qualcuno disse che se l'era portato il diavolo; Serao riferisce anche un sospetto peggiore, sui parenti Frezza. E chiude la sua «cronaca» lasciando «alla prudenza e saggezza del lettore» di distinguere «quale sia favola, quale verità». Da quale cronaca abbia preso la storia, del resto, non lo dice mai.

Più vecchio del suo atto di nascita

Il munaciello, però, è più vecchio della data che gli ha dato Serao. Sta già nel Cunto de li cunti di Giambattista Basile, le fiabe in napoletano stampate fra il 1634 e il 1636, che si leggono nell'edizione curata da Benedetto Croce nel 1891. Nella fiaba della Mortella un principe sente qualcuno muoversi nella stanza al buio, e pensa a un cameriere venuto ad alleggerirgli la borsa, o a «quarche monaciello pe levarele le coperte da cuollo».

Nella fiaba di Vardiello c'è addirittura una casa «abitata». Vardiello, un ragazzo sciocco, finisce nel cortile di «na casa desabetata pe lo monaciello», rimasta vuota per colpa del monacello, e lascia la sua tela a una statua di stucco, promettendo di tornare l'indomani per i soldi. Il giorno dopo, visto che la statua non paga, le tira una pietra nel petto: la statua si rompe, e dentro c'è una pignatta piena di scudi d'oro. Vardiello corre a casa gridando: «Mamma, mamma, quanta lupine russe!», quanti lupini rossi.

La madre sa che il figlio lo racconterà a tutti. Allora lo fa sedere davanti alla porta e per mezz'ora gli fa piovere addosso dalla finestra fichi secchi e uva passa. Quando Vardiello dirà ai giudici di aver trovato l'oro «quanno chiovettero passe e fico secche», lo prenderanno per matto. Anche qui, la fortuna la salva chi sa tenere il segreto.

Croce, in nota, descrive quel monaciello come «un nano, vestito da prete con la chierica e la scazzettella (zucchetto) rossa in testa», il cui dispetto più comune è «tirar giù le coverte dal letto di chi dorme».

Il pozzaro che saliva dal basso

C'è un'altra spiegazione, più terrena, che gli studiosi di tradizioni popolari mettono accanto a quella di Serao. Napoli sta sopra un'altra Napoli: sotto i palazzi corrono cunicoli, cisterne e pozzi scavati nel tufo, e per secoli l'acqua delle case è venuta da lì. A tenere in ordine i pozzi c'erano i pozzari: uomini piccoli e svelti, capaci di infilarsi dove un altro non passava.

Secondo questa versione, il pozzaro conosceva la strada per entrare nelle case dal basso, attraverso le canne dei pozzi da cui si calava il secchio. Se il padrone di casa non lo pagava, si pagava da solo, portandosi via qualche oggetto prezioso; e a volte quegli stessi oggetti finivano in regalo alle sue amanti, nelle cui case entrava dalla stessa strada. Ecco perché, dice la leggenda, il munaciello un po' ruba e un po' regala.

È un'ipotesi, non un documento, ma spiega parecchio: la statura piccola, le apparizioni improvvise, le cose che spariscono e le monete che compaiono. Alla Sanità, in via Fontanelle, una famiglia del quartiere ha riaperto al pubblico un basso del Seicento con cinque antichi pozzi, l'Acquaquiglia del Pozzaro: come raccontava Il Mattino alla fine del 2023, all'ingresso accoglie i visitatori un pozzaro di tela, e dentro tiene banco proprio la storia del munaciello.

I dispetti, i regali e la regola del silenzio

Che cosa fa, il munaciello? Serao, nella seconda parte del suo capitolo, ne stila un inventario da commedia. È lui che lascia aperta la dispensa, rovescia l'olio e fa trovare il prosciutto addentato dalla gatta; lui che fa traboccare il brodo dalla pentola e il caffè dalla cogoma (la caffettiera), che fa ingiallire la maggiorana e rosicchia le radici del basilico. Ed è sempre lui, quando al lotto esce il numero accanto a quello che si era giocato.

Ma lo stesso spirito, scrive Serao, è «rispettato, temuto ed amato», per quella sua «strana mescolanza di bene e di male». Le ragazze innamorate si mettono sotto la sua protezione perché il loro segreto non venga scoperto; le zitelle lo invocano a mezzanotte, fuori al balcone, per nove giorni, perché mandi il marito che tarda; e il giocatore disperato gli fa lo scongiuro tre volte, per avere dei numeri sicuri. Chi lo ha visto – appare soprattutto a ragazze e bambini – «tiene per sè il prezioso segreto».

Nel 1883 un folklorista napoletano, Luigi Correra, gli dedicò un articolo nella rivista di letteratura popolare «Giambattista Basile». Il suo munaciello ha molte facce: di solito un nano con le fibbie d'argento sulle scarpe e la scazzettella rossa, che gira per casa recitando l'ufficio; a volte un vecchio con parrucca e codino che al buio suona i campanelli delle porte. Chi ha coraggio può provare a strappargli lo zucchetto: per riaverlo, scrive Correra, il munaciello paga con un pugno d'oro.

È la regola che arriva fino a noi: i regali del munaciello non si raccontano. Correra scrive che a certe popolane il munaciello spazzava la casa e fasciava il bambino, ma strappava i capelli a quella che raccontava alle amiche i suoi favori. E la annotava già un precettore scozzese, Craufurd Tait Ramage, che passò tre anni a Napoli e nel 1868 raccolse in un libro i ricordi di un viaggio del 1828. Il little Monk, scrive, si ingrazia con il cibo, che si spera di veder trasformato in oro; quando qualcuno si arricchisce all'improvviso, si dice «Forse avrà il Monaciello in casa»; ma guai a vantarsene, perché i doni svaniscono come sono venuti. Il proverbio lo riassume: 'o munaciello, a chi arricchisce e a chi appezzentisce, a qualcuno porta ricchezza e qualcun altro lo manda in miseria.

Sul colore, poi, nemmeno Serao si mette d'accordo con se stessa. Nelle Leggende il cappuccetto rosso porta bene e il nero porta male; tre anni dopo, nel Ventre di Napoli (1884), il munaciello è «un bimbetto vestito di bianco quando porta fortuna, vestito di rosso quando porta sventura». Correra e Croce, intanto, gli mettono in testa uno zucchetto rosso da prete. La tradizione orale funziona così.

Il monacello dei forestieri

Il munaciello incuriosì presto anche i viaggiatori. Già nel 1821 ne scriveva in inglese André Vieusseux, che si firmava «un ufficiale straniero al servizio britannico» e pubblicò le lettere scritte dall'Italia nel 1818 e nel 1819. A Napoli, racconta, c'è un folletto che la gente chiama il monacello: un omino basso e tozzo, con le lunghe vesti scure di un monaco e un cappello dalla tesa larghissima. È innocuo: compare nel cuore della notte e fa cenno di seguirlo, e chi ha il coraggio di andargli dietro viene portato dove c'è un tesoro nascosto. E a queste storie, nota Vieusseux, non credono soltanto i popolani.

Sette anni dopo l'irlandese Thomas Keightley riprende quella descrizione nella sua Fairy Mythology (1828), e ci aggiunge il monaciello delle coperte di Basile. Nell'edizione ampliata del 1850 si chiede da dove venga uno spirito che sembra appartenere soltanto a Napoli: forse è il Kobold dei Normanni, o il duende spagnolo arrivato con gli Aragonesi. Gli stessi Aragonesi sotto cui, trent'anni dopo, Serao avrebbe fatto nascere il suo munaciello.

Nel 1857 un maestro di scherma scozzese, Archibald MacLaren, gli dedica perfino una ballata in The Fairy Family, una raccolta illustrata da uno studente di Oxford di nome Edward Burne-Jones. Il giovane Francisco sta per perdere la casa per un debito del padre morto; la notte prima della scadenza prega, e nella stanza compare un monaco piccolissimo, con mantello e cappuccio neri, che gli fa cenno di seguirlo fino alle rovine di un'abbazia. All'ultimo rintocco della mezzanotte indica un punto del pavimento: sotto la pietra c'è uno scrigno fasciato d'ottone.

Le case «abitate»

Dove sta di casa? Non a Chiaia né a Toledo, risponde Serao, ma nei vicoli che da Toledo scendono giù, ai Tribunali, alla Sapienza, a Foria, a Vicaria, Mercato, Porto e Pendino; e la casa dove è apparso viene guardata «con diffidenza, ma non senza soddisfazione».

Correra aggiunge Sant'Agostino alla Zecca, Forcella e i Mercanti, e spiega come si riconosce la casa: a notte fonda da una finestra scende una striscia di tela e poi risale, si sente il suono di una tofa, la conchiglia che si suona come un corno, o un guaito. Allora non c'è dubbio: «in quella casa ce steva 'u munaciello».

Qualche casa, però, se l'è presa tutta. Ramage racconta di un amico che aveva preso per l'estate Villa Gallo, a Napoli, che si diceva frequentata dal Monaciello: dopo il tramonto i servitori si muovevano solo in coppia, e alcuni giuravano di averlo visto. Nel Ventre di Napoli Serao cita invece una bella palazzina alla salita di Santa Teresa che non si affittava mai: lei l'aveva vista chiusa per vent'anni, «poichè è abitata dagli spiriti».

Da una casa col munaciello, poi, non si scappa. Correra racconta di un povero avvocato a cui il munaciello faceva sparire le carte delle cause proprio il giorno dell'udienza. Disperato, l'avvocato decise di «fare il quattro di maggio», cioè di traslocare, e caricò libri, carte e mobili su un carretto. Ma in cima al carico, indovinate chi c'era? Il munaciello, che gridava tutto contento: «Cagnammo casa!».

Circola perfino la storia di una legge sugli affitti del 1578, la Pragmatica de locto et conduco, che avrebbe permesso all'inquilino tormentato dal munaciello di andarsene senza pagare. Ma chi la riporta, come il sito stabiese Libero Ricercatore, avverte di non poterne garantire l'attendibilità, e nessuna delle nostre fonti ne mostra il testo. Certa, invece, è la via Monaciello di Castellammare di Stabia, vicino all'antico terziere di Scanzano: il nome, racconta lo stesso sito, glielo diede la voce del popolo, perché lì di notte, fino agli anni Cinquanta, un munaciello prendeva a calci chi passava.

In Questi fantasmi! di Eduardo, andata in scena nel gennaio 1946, Pasquale Lojacono ottiene gratis un appartamento in un palazzo sfitto perché si dice infestato, a patto di farsi vedere dai vicini perché smettano di crederci. Poi in casa compaiono regali e denaro, e lui si convince che siano gli spiriti. I fantasmi del portiere sono altri, ma il meccanismo è quello del munaciello: lo spettatore sa che dietro i regali c'è un uomo in carne e ossa. Pasquale forse lo sa, forse no.

Da Serao a Sorrentino

Sul palcoscenico il munaciello era salito molto prima di Eduardo. Correra cita il librettista Giovanni Battista Lorenzi, che nella prefazione alla Finta maga per vendetta, messa in musica da Paisiello nel 1768, parlava di un munaciello innamorato di una damigella di Posillipo, a cui rubava ora il ditale, ora l'ago, ora gli spilli: su quella storia, al Teatro Nuovo, si era già recitata una graziosa commedia.

Poi vennero una canzone di Roberto Bracco, 'O Munaciello, del 1891, e una commedia in quattro atti, Nu munaciello dint' 'a casa 'e Pulecenella, che le raccolte attribuiscono ad Antonio Petito. Nel 1895 Ferdinando Russo, nei sonetti del Cantastorie recitati al Circolo Filologico di Napoli, lo fa entrare perfino nell'epica dei paladini: Orlando e i compagni si arrampicano fino a un castello, girano per le stanze e non trovano anima viva. Per forza: «Era d''o Munaciello!».

Nel 1940 una giovane Anna Maria Ortese gli dedica un racconto uscito su «Ateneo Veneto», che Adelphi ha poi ripubblicato: il suo Monaciello vive «in un piccolo armadio dalla serratura guasta, dalle porte malferme, fra cataste di panni scuri e penne verdi di pappagallo».

E nel 2021 Paolo Sorrentino lo ha portato al cinema in È stata la mano di Dio: Il Mattino, raccontando il set della sua scena, girata nella Villa del Cardinale Spinelli a Torre del Greco, lo presentava come «il piccolo frate dispettoso della tradizione partenopea narrato da Matilde Serao».

I cugini fuori Napoli

Keightley pensava che il monaciello fosse soltanto napoletano, ma non era così. Correra ricordava che i napoletani chiamavano questi spiriti anche scazzamaurielli; e nel 1884 la sua rivista segnalava un articolo uscito in Molise sul mazzamauriello, «che è lo stesso del Munaciello napoletano».

Il cugino più famoso vive in Basilicata, e l'ha raccontato Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli (1945). I suoi monachicchi sono «esseri piccolissimi, allegri, aerei»: fanno il solletico sotto i piedi a chi dorme, tirano via le lenzuola, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati. Portano in testa «un cappuccio rosso più grande di loro»: chi riesce a toglierglielo può farsi svelare il nascondiglio di un tesoro, ma appena riavuto il cappuccio il monachicchio scappa facendo sberleffi, e la promessa non la mantiene. Levi racconta anche di un ingegnere che, chiamato dagli operai di un cantiere, sparò a un monachicchio in una grotta: la palla gli rimbalzò contro e gli fischiò vicino alla testa, mentre lo spiritello saltava dalla gioia.

Il cappuccio rosso, il berretto da strappare in cambio di un tesoro: è una famiglia antica, che Correra faceva risalire fino al Satyricon di Petronio, dove uno strappa il berretto a un Incubo e trova un tesoro.

Un'anima grande in un corpo piccolo

Alla fine della sua pagina Serao prova a dire chi sia davvero, e non sceglie fra la cronaca e la leggenda: il munaciello è «un'anima che ha un pianto e fa piangere; che ha sorriso e fa sorridere», un bambino a cui gli uomini hanno fatto del male e che adesso li tormenta «come un bambino capriccioso», e poi «li carezza, e li consola». Forse per questo a Napoli nessuno lo odia davvero: quando sparisce una cosa si sbuffa, quando ricompare si ride, e quando in tasca c'è una moneta che non doveva esserci si fa finta di niente.

Torniamo alla cucina di prima. Le chiavi sono di nuovo sulla credenza, la pentola bolle, la nonna non ha più detto niente. Qualcuno, per sicurezza, lascia sul tavolo un pezzo di pane. Non si sa mai.

E noi

Nella Smorfia il munaciello si trova a casa sua fra il monaco, i soldi e la casa sottosopra. Chi vuole conoscere anche le altre due figure che gli fanno compagnia nella tradizione, la Bella 'Mbriana e 'a Janara, trova tutto nella guida sul Munaciello, la Bella 'Mbriana e 'a Janara.

Come lo legge la Smorfia

  • 'O monacoIl monaco

    È il nome stesso della figura: un monacello col saio e il cappuccio, vestito così, secondo la leggenda raccontata da Matilde Serao, per un voto della madre.

  • 'E denareI soldi

    I soldi che compaiono in tasca o in un cassetto, e che non si devono raccontare: di chi si arricchiva all'improvviso si diceva che forse aveva il munaciello in casa.

  • SottencoppaSottosopra

    Sottosopra è la casa dopo il suo passaggio: dispensa aperta, olio rovesciato, cose spostate. E dal sotto al sopra era anche la sua strada, se davvero era un pozzaro che saliva dai pozzi.

  • 'O mariuoloIl ladro

    Il ladro è l'altra faccia del pozzaro della leggenda: chi non veniva pagato si pagava da solo, e quello che prendeva in una casa lo regalava in un'altra.

  • 'O padrone 'e casaIl padrone di casa

    C'è chi paga l'affitto e c'è chi comanda davvero: nelle case «abitate», dove nessuno vuole andare a stare, il padrone di casa alla fine è lui.

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