Perché a Napoli il gobbo porta fortuna (e la gobba no): la storia dello Scartellato
A Napoli il gobbo porta fortuna e la gobba, per tradizione, no. Dalla cesta che dà il nome allo Scartellato alle fiabe di Basile, dai re che avevano paura degli jettatori al gobbetto col cilindro di San Gregorio Armeno: la storia di un portafortuna, raccontata anche nel suo lato meno gentile.
La redazione di Rimmofatt! · 1 ottobre 2026
In via San Gregorio Armeno, la strada dei presepi, i corni ci sono tutto l'anno. Rossi, storti, lucidi, appesi a grappoli come peperoncini messi ad asciugare: piccoli come un'unghia, grandi come un braccio. E in mezzo, su quasi ogni banco, c'è lui. Un omino in giacca nera e cilindro, il papillon rosso, un sorriso largo, la schiena curva sotto una gobba tonda; e al posto delle gambe, spesso, un corno rosso che finisce a punta. È 'o Scartellato, il gobbo portafortuna. Si compra per regalarlo, si mette accanto alla cassa del negozio, e c'è chi, passando, gli sfiora la gobba con la punta delle dita.
Dietro quell'omino di terracotta c'è una storia lunga quattro secoli, fatta di libri veri, di re che avevano paura, di poeti, e anche di persone in carne e ossa, che la fortuna la portavano agli altri e non sempre a sé stesse. Vale la pena raccontarla tutta, anche nel suo lato meno gentile.
Una cesta sulle spalle
Scartiello, in napoletano, è la gobba; scartellato è chi la porta. Il dizionario De Mauro registra la parola come voce del Centro-Sud e la fa venire dal latino medievale cartellus, la cesta: la gobba come un cesto caricato sulla schiena. Le pagine napoletane sulla tradizione partono invece da un greco kartos, il cesto, e fanno dello scartellato il «portatore del cesto». Le due strade arrivano allo stesso posto, ed è lì che nasce la credenza: se la gobba è una cesta, dentro ci dev'essere qualcosa di prezioso, e chi la tocca ne prende un poco per sé.
C'è anche una spiegazione più mistica, che si racconta da secoli: l'uomo con la gobba sarebbe stato «toccato da Dio», e sfiorarlo voleva dire sfiorare qualcosa che il cielo aveva già toccato. Sono spiegazioni venute dopo, come succede quasi sempre con le superstizioni: prima c'è il gesto, poi qualcuno prova a dargli un perché.
Popa scartellata e la vecchia del bosco
La parola è antica e ha un'ottima letteratura. Nel Cunto de li cunti di Giambattista Basile, il grande libro di fiabe in napoletano uscito fra il 1634 e il 1636, il principe Tadeo fa radunare le donne del paese perché raccontino storie alla moglie, e ne sceglie dieci, «le meglio de la cetate», le più provette e le più parlatrici. Basile le chiama ognuna col suo soprannome, e sono soprannomi senza pietà: Cecca storta, Tolla nasuta, Antonella vavosa… e Popa scartellata. Popa la gobba è dunque una delle dieci voci che raccontano il libro.
Nella settima fiaba della seconda giornata, La palomma, c'è poi una vecchia che vive in una casetta mezza diroccata, in un bosco verso gli Astroni, «cossì àuta de scartiello, comme vascia de fortuna»: tanto alta di gobba quanto bassa di fortuna. Qui la gobba non porta niente, anzi: è il segno della povertà. La vecchia chiede l'elemosina, mette una pignata di fagioli sulla finestra, e il figlio del re, passando a caccia, per scommessa con i servi gliela rompe a sassate. Lei gli lancia una maledizione, e la maledizione va a segno: il resto della fiaba è il prezzo che il principe paga. Basile lo avverte fin dalla prima riga: l'ommo granne non deve dare male essempio a li chiù basce. In questa scartellata del Seicento la morale sta tutta dalla parte della gobba.
Il gobbo e la gobba
Nella fiaba la gobba è di una donna, e non è un caso che non porti fortuna. La tradizione, su questo, è sempre stata netta e sempre ingiusta: lo scartellato porta bene, la scartellata porta seccia, sfortuna. Giuseppe Pitrè, il padre degli studi sul folklore siciliano, scriveva che in Sicilia un gobbetto «era sempre ricercato e tenuto ai propri servizi in case private, in botteghe, in fattorie, come simpatico apportatore di fortuna», mentre una donna gobba era «la disgrazia in persona». A Napoli la regola era la stessa.
Le spiegazioni che si danno sono figlie del loro tempo: il gobbo toccato da Dio, la gobba toccata dal demonio; oppure la donna curva che somiglia troppo alla strega delle fiabe. Non reggono, e non serve difenderle: dicono solo come una società guardava i corpi, soprattutto quelli delle donne. Un'eccezione, ricordano a Napoli, c'è: la Befana, curva anche lei, ma con i regali.
Da Bari a Monte Carlo
Napoli non è sola. A Bari, racconta la Gazzetta del Mezzogiorno, ancora nella prima metà del Novecento chi incontrava una cemmerùte, una donna gobba, si faceva cupo e correva a cercare un ciùmme, un gobbo, per sfiorargli la gobba e annullare il malaugurio. Il gobbo, dal canto suo, cercava di scansare questi «toccatori di gobba»; e loro ripiegavano mandandogli da lontano bacetti con la punta delle dita, in fretta, per non farsi ridere dietro. Se poi lui mostrava fastidio, si prendeva pure qualche parola cattiva. È la stessa storia vista dall'altra parte: quella di un uomo che per strada doveva difendersi dalle mani degli sconosciuti.
Sul Gargano, a Mattinata, il gobbo è finito perfino nel piatto di Natale. Le scartelléte, sfoglie fritte e accartocciate, col miele o col vincotto, secondo il giornale del paese prendono il nome proprio dallo scartellato, perché il dolce «abbonda di gobbe arravugliate una sull'altra».
E più lontano ancora. Nel 1895 l'inglese Frederick Thomas Elworthy, in un grosso libro sul malocchio, The Evil Eye, annotava che in Italia, e in generale nell'Europa del Sud, il gobbo è di buon augurio, e che a Monte Carlo i giocatori credevano di avere la fortuna assicurata se riuscivano a toccarne uno andando a giocare. Fra gli amuleti della sua collezione, tutti venduti apertamente contra la jettatura, c'erano i gobbetti; per lui erano la sopravvivenza di un culto antichissimo, parenti delle statuette del dio egizio Bes, e ricordava che a Costantinopoli se ne vendevano d'argento. La sua conclusione: i giocatori di Monte Carlo non hanno inventato il loro Gobbo fortunato.
Contro la jettatura
Se lo scartellato porta bene, contro chi porta male? Contro lo jettatore, di cui è stato chiamato «l'antagonista naturale». La jettatura — da iettare, gettare: il malocchio che si getta con lo sguardo — ha perfino una data di nascita sulla carta: nel 1787 il giurista napoletano Nicola Valletta pubblica la Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura, un saggio così semiserio che ancora oggi non si capisce se ci credesse o no. Lo jettatore, per la tradizione, non è cattivo: è una specie di stregone innocente, che porta sfortuna senza volerlo.
La Cicalata, a leggerla, è un libretto di una sessantina di pagine, e Valletta mette le mani avanti fin dalla premessa: l'ha scritta per divertire «una dotta brigata» che si riuniva in casa del marchese Villarosa, per il gusto di «dar corpo ad un'ombra», e ammette di aver «trovata ragione dove ragione non v'è». Poi chiama i lettori «fratelli miei dilettissimi in jettatura», dimostra che chi ci è antipatico è «senz'ombra di dubbio» jettatore, e racconta una disavventura sua: dopo vent'anni di cattedra doveva portare al re, a Caserta, una supplica, e un amico, «che poi ho conosciuto terribile jettatore», gli disse soltanto: «è difficile». Seguirono pioggia a dirotto, un vetturino avvinazzato, un cavallo dolorante, e davanti al re la supplica non si trovò più in tasca. Il peggio, aggiunge, è che l'amico ogni giorno se ne ricorda ridendo.
E ci credevano in alto. In La fine di un Regno (1909) Raffaele De Cesare racconta che Ferdinando II, dovendo invitare a un ballo di corte il duca di Ventignano, uomo stimato ma con una fama pessima, disse: «io non ci credo; invitalo, ma ti annunzio che la festa non si darà». Il ballo, fissato per il gennaio 1857, non si fece davvero; e il povero duca, «uomo di spirito», sopportava in pace, scrive De Cesare, «quella specie di odiosa leggenda» cresciuta sul suo nome.
Il canonico, il re e i forestieri
Toccò perfino al canonico Andrea de Jorio, che nel 1832 aveva pubblicato La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano, dove si spiegano fra l'altro i modi di fare le corna: la voce popolare lo mise fra i jettatori più temuti della città. Alexandre Dumas, nel Corricolo, racconta di un «chanoine Ojori» — Benedetto Croce ci riconobbe De Jorio — che per quindici anni aveva tormentato Ferdinando I per presentargli un suo libro. Il re rifiutava sempre; il 2 gennaio 1825, pregato da tutti, cedette, e il giorno dopo lo ricevette per due ore. La mattina seguente fu trovato morto. I medici dissero apoplessia; il popolo, scrive Dumas, non ne credette una parola.
Nello stesso libro Dumas dedica alla jettatura un capitolo intero, che è una piccola guida per forestieri. Nelle case napoletane un po' aristocratiche, scrive, la prima cosa che si vede in anticamera è un paio di corna, fatte venire di preferenza dalla Sicilia: ne ha viste lunghe tre piedi, da cinquecento franchi la coppia. Per portarle addosso ci sono i cornetti di corallo o di giaietto, in vendita a ogni angolo di strada. Se vedete due uomini che parlano e uno tiene la mano piegata dietro la schiena, guardate bene l'altro: è un jettatore, «o almeno un uomo che ha la disgrazia di passare per tale». Il forestiero, assicura, prima ride della jettatura, poi comincia a pensarci, e dopo tre mesi gira coperto di corna dalla testa ai piedi. Perché proprio le corna? Dumas ci ha provato, a capirlo, e si arrende: è così perché è così, e non chiedetegli altro, sennò dovrebbe dire la parola che costa di più alla bocca umana: non lo so.
Théophile Gautier, nel 1857, ci scrisse sopra un romanzo breve, Jettatura: un giovane francese arriva a Napoli e tutti, dal facchino al cocchiere, lo prendono per jettatore. Il conte Altavilla porta appesi alla catena dell'orologio rametti di corallo biforcuti, manine di lava del Vesuvio, cornetti bianchi e neri; la cameriera dell'albergo, Gelsomina, gli porge il lume tenendo dietro la gonna la mano già piegata a corna, con una correttezza, scrive Gautier, che «il reverendo Andrea de Jorio» avrebbe approvato. La storia finisce male, come finivano allora i racconti romantici. Ma il conte, a un certo punto, dice una cosa che vale ancora: gli jettatori vanno evitati, non maltrattati.
Il gobbo in carne e ossa
Prima di diventare una statuina, lo scartellato era una persona. Nel libro di de Jorio c'è una tavola intitolata Il primo ingresso della sposa nella casa del marito: un amico di casa augura alla sposa che il malocchio non la tocchi, la suocera le fa la fica per buon augurio, e dietro al corteo «segue un gobbetto», uno di quelli che, scrive il canonico con parole del 1832 che oggi nessuno userebbe, «cavando profitto anche dalla loro infelice struttura, si danno a fare i faceti, ed a vivere con rallegrare le compagnie». Sa che a ogni sposalizio c'è un banchetto, e si fa strada saltando e ridendo.
Per alcuni, insomma, la gobba era anche un mestiere: portare fortuna alle feste, farsi toccare, far ridere, e in cambio un posto a tavola. Un «amuleto ambulante», come lo chiamano ancora le pagine napoletane. Marcello Marchesi l'ha detto con una battuta che pesa più di un trattato: «Dicono ai gobbi che portano fortuna. Per consolarli.»
Il presepe, per fortuna, lo ha guardato con altri occhi. Nel 2017 il museo di San Martino ha rimesso in vetrina una dozzina di pastori del Settecento e dei primi dell'Ottocento, dalla collezione di una famiglia salernitana, i Carrara, rimasti fuori dalle sale dal 1980: contadini, popolani, e fra loro «il gobbo e la nanetta». Nessun cilindro, nessun corno: gente del popolo, come tutti gli altri pastori. «La loro bellezza», spiegava al Mattino la curatrice, «sta proprio in questa diversità».
Il rovescio della medaglia l'ha raccontato Luigi Pirandello, e l'ha portato al cinema un napoletano. Nella Patente, novella del 1911 diventata poi commedia, Rosario Chiàrchiaro ha perso il lavoro perché tutti lo credono jettatore, e al suo passaggio la gente fa gli scongiuri. Lui allora non chiede giustizia: chiede al giudice una patente di jettatore, per farsi pagare da chi lo vuole lontano, e si presenta vestito per la parte, con una «barbaccia ispida», un paio di «grossi occhiali cerchiati d'osso» e una canna d'India in mano. Nel 1954, nel film Questa è la vita, Luigi Zampa affida la parte a Totò. Il gobbo e lo jettatore sono le due facce della stessa moneta: persone su cui una città ha scaricato la sua fortuna e la sua paura, e che a volte non hanno avuto altra strada che farne un mestiere.
Dalla carne alla terracotta
Oggi il gobbo che porta fortuna è quasi solo un oggetto, ed è meglio così. Ha un'iconografia precisa: cilindro e giacca neri, camicia bianca, papillon rosso; sul cartellone della tombola lo si disegna col cilindro, il panciotto e le gambe a forma di corno rosso.
E la sera della tombola lo scartellato si siede a tavola con tutti. La tradizione vuole che il gioco sia nato a Napoli nel 1734, da una lite fra re Carlo di Borbone, che voleva rendere ufficiale il lotto, e il frate domenicano Gregorio Maria Rocco, che lo trovava immorale: vinse il re, a patto che il lotto si fermasse nelle feste di Natale, e i napoletani, per non restare senza, se lo portarono in casa. I novanta numeri stanno in un cesto di vimini, il panariello, e chi li tira fuori non li legge: li chiama con le immagini della Smorfia. Così, quando esce il gobbo, nessuno dice la cifra: si dice 'o scartellato. Il suo nome viene da una cesta, e lui, quella sera, esce da una cesta.
Nelle botteghe, il gobbetto sta accanto al curniciello, che per funzionare, dice la regola, dev'essere rosso, fatto a mano e soprattutto regalato — comprarselo da soli non vale — e tuosto, stuorto e cu 'a ponta: duro, storto e con la punta. E sta vicino allo Sciò Sciò, la statuina scaccia-malocchio delle botteghe di San Gregorio Armeno che il Mattino descrive «goffa e buffa»: vestita di nero, coperta di corni rossi e storti e d'aglio, col cilindro in testa. Lo scongiuro, nella versione che il giornale dice forse la più antica, fa così: aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglia; corna e bicorne, cape 'e alice e cape d'aglio.
Anche Pulcinella, a guardarlo bene, una gobba l'ha avuta. Nel 1621, nelle incisioni dei Balli di Sfessania, il francese Jacques Callot disegna il suo Polliciniello col ventre che diventa gobba, spesso doppia come quella del Polichinelle francese; nei disegni settecenteschi di Pier Leone Ghezzi la gobba sparisce. La maschera napoletana l'ha persa per strada e ha tenuto il naso: quello del Pulcinella di bronzo che lo scultore Lello Esposito ha donato alla città nel 2012, in vico del Fico al Purgatorio, a due passi da via dei Tribunali, e che i passanti strofinano per avere fortuna. È lo stesso gesto antico, spostato dalla schiena di un uomo al naso di una statua.
La fortuna vera
«Quello che è sicuro è che il gobbo non si ritiene fortunato», scrive con franchezza una delle pagine napoletane dedicate allo scartellato. Il commento più bello, però, l'ha scritto un poeta: Raffaele Chiurazzi (1875–1957), nato in un basso del Cavone, a piazza Dante. Nella sua poesia 'O scartellato c'è un ragazzino gobbo seduto per strada, «muorto 'e friddo e famma», che chiede un soldo da portare alla mamma. Il poeta glielo dà e gli domanda come mai la madre lo lasci in mezzo alla via; e quello, pronto: «Io so' ll'uocchio deritto 'e mamma mia!», sono l'occhio destro di mia madre, e lei la notte mi bacia pure nel sonno. Il poeta se ne va verso il Mercatiello ripensandoci, e alla fine lo scartellato gli pare il ragazzo più bello e più fortunato, a confronto con lui, che la mamma l'ha persa il giorno stesso in cui è nato.
È la lettura più giusta di tutta questa storia. La fortuna non stava nella gobba, e non si prendeva con la punta delle dita: stava, se c'era, nell'essere voluti bene. Il resto — le ceste, i cilindri, i cornetti di corallo — è teatro, e a Napoli il teatro si rispetta. Le persone, di più.
E noi
Nella Smorfia lo scartellato ha un posto suo, e si sogna come tutti gli altri simboli: chi vuole vedere in quale famiglia di numeri sta, e in che compagnia, trova tutto nella guida ai novanta numeri, famiglia per famiglia.
Come lo legge la Smorfia
'O scartellatoIl gobbo
È il protagonista: la gobba vista come una cesta piena di cose preziose, che chi la sfiora spera di dividere. Per la tradizione è l'antagonista dello jettatore, e oggi soprattutto un omino di terracotta col cilindro.
'A manaLa mano
Tutta questa storia passa per le mani: quella che sfiora la gobba, quella che fa le corna contro lo jettatore, quella della suocera che fa la fica di buon augurio alla sposa nel libro del canonico de Jorio.
'A disgrazziaLa disgrazia
L'altra faccia della medaglia: la sfortuna che si temeva dallo sguardo dello jettatore, e che la tradizione, ingiustamente, attaccava alla gobba delle donne.
PulecenellaPulcinella
La maschera di Napoli, che nelle incisioni del Seicento aveva la gobba e poi l'ha persa: oggi la fortuna si cerca strofinando il naso del suo Pulcinella di bronzo.
'A mammaLa mamma
Nella poesia di Chiurazzi il ragazzo scartellato è l'occhio destro di sua madre: la fortuna vera, alla fine, è quella di essere voluti bene.
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