'E fasule, i fagioli. È il numero più umile della Smorfia, ed è per questo che vale. I fagioli erano la carne di chi non poteva permettersi la carne: si mettevano a bagno la sera, cuocevano piano tutto il giorno, e riempivano. Il dieci porta dentro quella dignità — la cosa semplice che ti tiene in piedi quando non c'è altro. Nei racconti il dieci arriva quando si parla di ciò che sostiene senza far rumore. Un lavoro non entusiasmante che però paga l'affitto, una routine che ti tiene insieme nei mesi difficili, una persona che c'è sempre e non chiede mai niente. Non è il numero delle svolte: è quello della resistenza, che nella vita di tutti i giorni conta di più. Le immagini che portano qui lo dicono con forza. I fagioli, naturalmente. E poi l'ammolatore, cioè l'arrotino, e l'aspettare: due modi opposti di fare fatica — uno che fa il suo giro tutti i giorni senza lamentarsi, l'altro che non muove niente e stanca lo stesso. Nel tuo racconto conta quale dei due c'era, perché il dieci parla di fatica, e la fatica si porta in tutti e due i modi. Il dieci non promette niente e non ti chiede niente. Ti fa notare che nel racconto c'era qualcosa di poco vistoso che però ti regge — e le cose che reggono, di solito, ce ne accorgiamo solo quando cominciano a mancare.
Smorfia
fagioli
'E fasule: i fagioli, il cibo dei poveri che sazia lo stesso. La ricchezza che sta nel poco, se è certo.
La tavola
Il cibo come ricchezza, come affetto e come misura di quello che si ha.
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